Dunque, cos’è un oggetto?

di Zolletta.

È una piega, una piega che si chiude su di sé.i Chiudendosi, incorpora o trattiene una luce, una scintilla, una fiammella. Cioè una fluttuazione del sapere, una forma o una briciola di conoscenza. L’oggetto non si spiega né si dispiega, piuttosto include, ripiega, trattiene, ammassa, pesa e si ripete, sequestra una nozione delle cose per poi offrirla soltanto come opaca, imprendibile. Non offre alla decifrazione che il nero del senso, la sua ombra. L’oggetto sequestra il senso.

Ipotesi: sempre, ma soprattutto sempre più, il soggetto si istituisce attraverso il suo rapporto con l’oggetto. Grazie a quest’ultimo, il soggetto si immerge nell’insieme sociale e culturale che lo circonda; l’oggetto passa di mano in mano e con ciò determina il gruppo, la forma del collettivo e la sua mobilità, raccordando tra loro i soggetti, posizionandoli e favorendo le loro vicendevoli sostituzioni; traccia le relazioni vigenti in seno al collettivo. Chiamiamo questo oggetto generale quasi-oggetto. Questo attrattore, calamita o bussola, è generalmente innominabile. In politica, cioè nella riunione articolata dei soggetti, il cadavere è il primo oggetto. L’assunto di carattere sociologico e culturologico è quello per il quale non esiste cultura, cioè stabilità di sistema, rete, leggibile, se non grazie all’operazione del nascondere: produrre il cadavere per poi nasconderlo, ecco la cultura e la sua politica. Come se la cultura procedesse da un occultamento preliminare, come se la scrittura in generale, e in generale la significazione e il racconto, si fondassero su di una indecifrabilità prima e irriducibile, sorta di anteriorità leggera del senso che rimane sempre celata dietro uno schermo. E il primo schermo è la lapide, pagina fondamentale.

Il soggetto, oggi, sempre più si istituisce nel suo rapporto con gli oggetti, in particolare quelli frutto del sapere scientifico e tecnologico, piuttosto che rispetto al linguaggio. La rete cui si fa riferimento e da cui si apprende è costituita più da scatole che da parole. Scatole del gioco, della musica, del lavoro, scatole domestiche o pubbliche, scatole che mettono in relazione. Lacan avrebbe dunque chiuso nel suo apice l’epoca del privilegio non soltanto del significante, ma del linguaggio in generale, dato che il soggetto, e l’intersoggettività, dipendono sempre più dalle play-station e sempre meno da Pinocchio. Manipolazione e tattilità digitalizzate, sguardo formato alla visione dello schermo, memoria depositata, rapporto con l’altro mediato dal joystick… ecco all’opera il filtro degli oggetti.ii

Immagino ora che ci sia stata una trasformazione recente nella parabola evolutiva dello statuto dell’oggetto, e propongo un’immagine semplice per descriverla: l’oggetto arcaico o tradizionale è chiuso, quello contemporaneo è, sempre più, aperto. Meglio, il primo è chiuso, il secondo offre una rappresentazione modulata del suo interno, mostra lo spettacolo della luce che lo anima, del sapere che contiene. Così come le narrazioni, gli oggetti contemporanei, le scatole odierne, sono fratturate, ferite, spalancate, hanno finestre e aperture e schermi, interfacce che ricordano il principio generale di disponibilità e distribuzione che informa ideologicamente il nostro tempo.iii Disponibilità di risorse, informazioni, accessi, e loro distribuzione facilitata nello spazio e nel tempo.

Mattone, pane, libro, pure quest’ultimo nella sua specificità, sono esempi di oggetti tradizionali. Costruire con maestria, impastare e attendere alla cottura, intrattenersi con l’inaccessibilità della parola, sono forme di sapere solido e opaco, sapere voluminoso e scuro. Non si conosce ciò che contengono, essendo l’interno omogeneo all’esterno. Ma il cinema, oggetto eminente del Novecento? Non offre la prima possibilità di accesso all’interno dell’oggetto, di visione, per quanto fantasmatica e spettacolare, delle luminescenze che esso contiene, delle scintille fino allora sepolte nella massa inerte ed omogenea dei gravi? Il cinema apre l’occhio dentro il sepolcro. In maniera meno fantasmatica, Hiroshima ci ricorda come l’oggetto, l’ultimo e più piccolo, sia già stato definitivamente aperto, rotto: l’immensa luce espulsa, il sole poi nero. O ancora, se l’unità minima di significato oggettivo del moderno, cioè dell’era meccanica e industriale, fosse lo spillo, nominato dall’Encyclopédie che gli dedica un lungo articoloiv e poi ripreso da Adam Smith come esempio primo dell’efficacia della divisione del lavorov – oggetto pieno funzionale al bucare e simile al pistone, battere, altro tecnema del moderno – il suo corrispondente contemporaneo potrebbe essere il microchip, quindi un cavo ancorato ad un supporto avente funzione circolatoria per energia e soprattutto informazione; il cavo appunto: l’aperto costitutivamente.

Ogni fase è transitoria, ed ogni stato è una fase. L’aperto costitutivamente, il cavo di cui si è detto, altro non è che uno stato dello statuto dell’oggetto. Il successivo, propriamente attuale, il nostro in definitiva, si chiama senza cavo.

f.z.

i Sulla nozione di piega, Gilles Deleuze, Le Pli. Leibniz et le Baroque, Minuit, Paris, 1988; tr. it. di Valeria Gianolio, La piega. Leibniz e il Barocco, Einaudi, Torini, 1990.

ii Non è inutile ricordare come tutto il Novecento abbia riflettuto ad esempio sulla questione della cosa.

iii Michel Serres recentemente ha parlato di concentrazione contro distribuzione; Michel Serres, Hominescence, Le Pommier, Paris, 2001, pagg. 221-240.

iv Voce Epingle, vol. V, pagg. 804-807; qui si è utilizzato Diderot, d’Alambert, Marmontel, Quesnay, Deleyre, Arti, scienze e lavoro nell’età dell’illuminismo. La filosofia dell’Encyclopédie, a cura di Paolo Quintili, Pellicani, Roma, 1995, pagg. 425-458.

v Adam Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations (1776); tr. it. di Alberto Campolongo, Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Libro Primo, UTET, Torino, 1965.

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