Innocenti Invasioni: il workshop!

Robot_work_01_01Di Fabrizio Bellini.

E’ ancora presto per un resoconto sulle Innocenti Invasioni (la mostra è stata prorogata al 22 gennaio e ci vuole un certo distacco per scrivere di eventi così emozionanti), ma è un buon momento, in questi giorni di tedio invernale, per ripensare al workshop di ROBOTOLOGICA tenutosi a scalo San Lorenzo in Roma il 12 ed il 13 di Dicembre, e provare a farne un racconto.

L’idea era stringere in due giorni tutta la ROBOTOLOGICA per come io la intendo, tutta la filiera del riciclaggio artistico, dalla raccolta dei rifiuti passando per lo smontaggio e la selezione dei pezzi, per l’assemblaggio vero e proprio fino all’interazione in un lavoro svolto a più mani.

Un’idea ambiziosa, ai miei occhi, ma forte dell’esperienza agostina del Nomadic Arts Festival, quella riunione di folli intenta a vagare per il quartiere in azioni performative per tornare ritmicamente alla base, la super accogliente Galleria 291 Est, rilassarsi e poi tornare alla carica.

La mia attività in quell’occasione fu una performance d’accompagnamento: l’azione di chinarmi in continuazione a raccogliere ogni sorta di piccolo rifiuto utilizzabile, riempiendo tasche e cappello, per poi svuotarle nel Mucchio al ritorno, per fare e far fare Robottini e contribuire anch’io alla progressiva trasformazione della Galleria, fra ragnatele di lana, arsumigli e messaggi appesi qua e là. San Lorenzo e la tangenziale offrirono ampie risorse in fatto di rifiuti: il sottobosco dei cassonetti, l’isola lontana dei dadi e delle rondelle, gli abissi dei sampietrini, ciò che è ai piedi dei piloni ed agli angoli affossati dei marciapiedi.

Così, complice un’anomala primavera dicembrina, si è partiti in una passeggiata sconnessa e a testa bassa, raccattando ogni sorta di stranezza la strada era pronta a donare, chicchierando ogni tanto della qualità dei pezzi raccolti, delle loro evocazioni. Pensavo di dover faticare per innescare in Maurizio, Flavia, Alessandro e Flavio la prospettiva che volevo, invece sono stato preso in contropiede: avevano già visto la mostra ed ascoltato le spiegazioni mentre prendevamo il caffè, ed avevano capito benissimo lo spirito necessario all’assemblaggio, il vedere pezzi di robot in ogni oggetto caduto a terra, il non dire “guarda, un pettine” ma dire “guarda, una cresta di un punk!” o “guarda, una fila di denti!”

Tornati in galleria si è presto riempito il tavolo e si è partiti allo smontaggio… ma già c’era chi progettava il suo Robot con la mente, assegnando ai pezzi una potenziale interpretazione.

E’ giusto: un Robotologo deve conoscere i pezzi del suo mucchio, deve osservarli, tastarli, e sperare di ritrovarli al momento giusto nel caos primigenio del Mucchio.

Ma io, da vero manipolatore, non davo ancora loro la colla.

Invece ho fatto il solito scontato, sconnesso ma utile discorso su tecnica e poetica, e finito con calma di selezionare i pezzi, togliendo quelli più grandi e quelli particolarmente insulsi.

Un materiale che non avevo mai usato (non sono molti, credetemi) fu introdotto nel Mucchio, a dimostrazione che non si finisce mai di sperimentare… e d’imparare dalla Robotologica degli altri, anche se novizi.

Solo al termine della predica distribuii la colla, resi grazia e li lasciai sfogare.

Come in ogni cosa, bisogna prenderci la mano, ma a parte un eccessivo sperpero di Attak (Maurizio), mi sono stupito della varietà d’idee innovative che sono risultate, Robottini che non avrei mai immaginato, come il centometrista con la testa trasparente, il pacifico carroarmato dalle molte teste, il narciso allo specchio, la stronza dal cuore blu e il suo spasimante dal cuore a pezzi.

Altro motivo di stupore è stato osservare il fitto scambio d’idee che si è creato fra i partecipanti, nel cercare i pezzi esteticamente e psicologicamente adatti ai Robottini degli altri, e nel chiacchierare di altro, di fantascienza e di arte.

Il secondo giorno sarebbe stato più difficile. Completare il pannello (uno scuro di una finestra che mi ha regalato la Manu tempo fa) in una giornata mi pareva quasi impossibile. E prima di cominciare avevo programmato un esercizio di riscaldamento, assemblare un Robottino in quindici minuti. Assemblare a tempo è una cosa che andava fatta in un workshop di Robotologica completo: costringere a non pensare troppo a quello che si sta facendo, a farlo e basta.

Un’altra volta mi sono dovuto ricredere: non solo siamo riusciti a completare il pannello, ma al termine si è continuato compulsivamente ad assemblare Robottini tanto che io e Vania abbiamo dovuto imporci con la forza per dichiarare – più volte – terminato il workshop. Mai visto gente tanto fomentata!

Una pausa per liberare il tavolo e mangiare qualcosa, poi – anche se sfiniti – tutti a giocare a RoboRally, parte integrante e rituale di ogni laboratorio che si rispetti.

In questa galleria qualche immagine di questa incredibile esperienza, della consegna delle lauree in Robotologica e delle opere prodotte.

Ringraziamenti dovuti ai partecipanti ed a Vania e Giulia che hanno reso possibile il tutto.

Con emozione.

Piccoli guerrieri situazionisti – Un contributo (a)critico

manifesto 1-01“David, ti ho mandato il testo che ho scritto per la mostra. Quando hai tempo dagli una letta e se hai voglia mi piacerebbe scrivessi due righe sull’argomento. Senza impegno, naturalmente.”

In risposta a tale stimolo, David Laurenzi, scrittore ed antropologo visuale, amico e compagno d’avventure editoriali, ha inviato un suo penetrante ed inaspettatamente ampio contributo.

Oltre a far sentire immensamente onorato l’artista del quale tratta, questo articolo è un arricchimento non da poco alla mostra Innocenti Invasioni, prima personale del Gran Maestro Robotologo Fabrizio Bellini, che inaugurerà il 9 Dicembre 2015 alla Galleria 291 Est di Roma, ed al workshop che l’accompagna.

Ve lo presentiamo:

Innocenti invasioni.

La mostra Robotologica di Fabrizio Bellini
Alla Galleria 291 Est di Roma.

Piccoli guerrieri situazionisti – Un contributo (a)critico

di David Laurenzi (scrittore e antropologo visuale)

 

“Bello… come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello.”
Isidor Ducasse – Conte di Lautréamont, “I canti di Maldoror”, 1869

 

I robot sono gli schiavi; l’etimologia del termine (in lingua ceca) non mente. Non importa quanta tecnologia circoli al loro interno o muova le loro articolazioni, sono creature costruite per servire ed eseguire compiti altrui, senza dubbi o incertezze… Le leggende inquietanti e paurose che li vedono futuri dominatori del mondo, spietati invasori e distruttori (in film come “Il mondo dei robot” di M. Crichton del 1973, “Terminator” di J. Cameron del 1984, ecc) sono solo esorcismi per giustificare e perpetuare in eterno la loro sottomissione, il loro ruolo di ultra moderni servi della gleba; usati per rafforzare la parallela schiavitù di altri servi, quelli in carne ed ossa.

Complici ottusi e diligenti del potere e della scienza, contribuiscono e contribuiranno sempre più a tenere soggiogati coloro che tali devono restare, proteggendo lo status quo in nome del progresso (come  “Robocop”, il film di P. Verhoeven del 1987, insegna).

 

I robot al cinema, almeno finché non “impazziscono”, sono i servi perfetti (da “Il golem” del 1920 di Paul Wegener e “Metropolis” di Fritz Lang del 1926, passando per “Il pianeta proibito” di Fred W. Wilcox del 1956, fino all’intera saga di “Guerre Stellari” e ai replicanti di “Blade runner” di Ridley Scott e di cento altri film, “Avatar” incluso) e, nello stesso tempo, sono la merce perfetta, il super gadget di cui non si può fare a meno, quello che soddisfa tutti i nostri bisogni e desideri, anche i più intimi, segreti (come quello di avere figli; penso ai genitori in “A.I. Intelligenza artificiale” di S. Spielberg, del 2001).

 

È questa affinità dei robot tanto con gli schiavi e gli operai che con le merci e gli elettrodomestici che di per sé dovrebbe già suggerirci alcuni inquietanti spunti di riflessione sul proletariato e la sua alienazione, sul suo stesso essere merce e sulle possibili strategie di evasione da logiche e ruoli che ci riguardano molto più da vicino di quanto pensiamo (la schiavitù inconsapevole è quella perfetta, specie per i padroni).

 

Ma i robot (da quelli più meccanici e metallici, riconoscibili a vista, fino agli androidi e ai simulacri, doppi sintetici degli esseri umani, quasi non distinguibili dagli originali) al cinema, in letteratura e nel nostro immaginario in genere, ci parlano anche di altro; ad esempio dello strano mix di scienza e misticismo, di fede e tecnologia che li abita, alimentato dal bisogno “empio” di rivaleggiare con dio o la natura nella creazione. Per questo i “padri” dei robot sono spesso figure ambigue e affascinanti quanto i loro pargoli, proprio per il groviglio di motivazioni (inconsce o meno) che li muove; siano essi il rabbino Low che dà vita al Golem, il dottor Frankenstein che assembla il suo mostro, il falegname Geppetto che intaglia Pinocchio, o uno dei tanti scienziati dei racconti di Philip K. Dick intento a realizzare replicanti sempre più complessi (e complessati, pulsioni edipiche incluse).

 

È su questo scenario denso e sfaccettato che si staglia il lavoro artistico di Fabrizio Bellini; padre pudico (e fratello spirituale) di piccole creature metalliche, di curiosi freak tenuti insieme dalla colla e dall’immaginazione.

Mi ricorda, ed è un complimento, l’amorevole scienziato (Vincent Price) impegnato a dar vita al suo figlio artificiale (Johnny Depp) in “Edward mani di forbici”, il film di Tim Burton del 1990; per l’esattezza mi ricorda una stramba sintesi di entrambi. Mi sembra in parte lo scienziato, in parte Edward, proprio perché, come detto, il suo atteggiamento verso i “robottini”, lungi dal farsi tutela patriarcale, sfuma in fratellanza, in complicità.

 

Riutilizzando i resti e i rifiuti delle merci, le più prestigiose come le più a buon mercato (componenti di cellulari, tv e computer, tasti di telecomandi, manici di caffettiere, fibbie e tappini di dentifricio, mozziconi di cavi elettrici, viti, rondelle e mille altri scarti ancora), in un gioco di libera associazione a base di fantasia e manualità, Fabrizio vendica e redime le merci stesse, liberandole dalle rigide regole dell’utilità, del consumo, dello status (non c’è alto e basso, non c’è gerarchia tra i gli elementi delle sue creazioni; la linguetta a strappo di un barattolo di piselli si innesta senza problemi alla scheda elettrica di una costosa play station).

 

I suoi piccoli robot sono buffi zombie, riassemblaggi di scarti del supremo ente moderno, la merce, che tornano (come i non morti, appunto) a vivere per farsi beffe di un potere che, dopo averli usati, li ha gettati via.

Parlo di robot per le “creazioni” di Fabrizio – intendendo i robot classici della fantascienza anni ’50 e ‘60, ormai a loro volta macchinari antiquati, fuori moda, tutti antenne, arti meccanici, corpi cilindrici e occhi sporgenti – perché anche quando sono chiamati a rappresentare alberi, gatti, scimmie, esseri umani assortiti e quant’altro, lo fanno sempre “robottizzandoli”, togliendo loro ogni scontata somiglianza realistica in favore di una visione “artificiale”, da “oggetto ludico” che reinventa la vita senza subirla.

 

Ricorrendo con piena consapevolezza e fiera incoscienza agli strumenti dadaisti e surrealisti del collage e del “cadavere squisito”, e a un vero e proprio detournement situazionista (per cui gli elementi di un discorso vengono riassemblati e decontestualizzati, vengono distolti dal loro significato originario e spinti a significare altro, liberando la critica all’esistente in essi già presente), Fabrizio sforna guerrieri di plastica e metallo, impegnati in piccole guerre contro il proprio doppio status, di merci e, appunto, di macchine (di robot/schiavi).

 

Guerre, dicevamo, ma senza sangue innocente sparso, guerre ludiche; il gioco infatti è l’orizzonte a cui i “robottini” rimandano, lo spazio altro rispetto al mondo e alle sue dinamiche economiche ed esistenziali, il luogo dove vigono leggi e regole inventate e/o liberamente accettate da chi gioca (nulla è più serio e vincolante del gioco per chi gioca, ma nello stesso tempo nulla è più effimero e circoscritto) – Debord e i situazionisti, del resto, amavano moltissimo i giochi da tavolo e di strategia, e non disdegnavano di considerarsi essi stessi pedine in partite che li trascendevano.

E poi piccole, sì, le guerre in questione lo sono, così come le dimensioni dei robot che le combattono, e frequenti sono i richiami alla semplicità e alla purezza dello sguardo dei bambini (i piccoli per eccellenza), in grado di reinventare il mondo e giocare con tutto, di tutto; ma il parallelo regge solo a patto di avere ben presente, come Fabrizio fa, quanto l’innocenza infantile (se non “caramellata” e addomesticata dalla Disney e i suoi epigoni) sia in realtà eversiva, destabilizzante, finanche perversa nella sua a-moralità – per Freud i bambini erano pur sempre “piccoli mostri polimorfi”!

 

L’arte robotologica di Fabrizio, umile e orgogliosa al tempo stesso, è abbastanza leggera e “resistente” da costituire un antidoto ironico alle altre forme di arte, quelle più imponenti e legittimate, quelle più serie e accademiche, talmente sicure di sé da finire spesso risucchiate nel baratro che dicono di temere (e che a volte invece anelano), il buco nero che poi le risputerà fuori trasformate in super-merci, in beni di consumo più o meno elitario.

E riesce in questo anche grazie al suo richiamo costante a pratiche basse (il bricolage, il riciclaggio, il piccolo artigianato da bancarella), e all’idea “forte” di laboratorio condiviso – padre per niente geloso delle sue creature e dei suoi processi creativi, Fabrizio si prodiga infatti nell’insegnare ad altri a trovare un senso (il loro, non il suo) nel caos di avanzi che gli mette davanti per dare vita a nuovi robottini, a piccoli guerrieri che poi affianchino i suoi nella comune battaglia.

 

Assemblati (con assoluto delirio e maestria) unicamente con frammenti recuperati nei modi più vari dalla grande discarica universale, e perciò consapevoli del destino triste e marcescente di tutte le merci, anche le più esclusive, i robottini con cui siamo chiamati a confrontarci non sono certo simpatici gadget, ma piuttosto spiazzanti costruzioni artistiche.

Qui – in questa mostra preziosa, e altrove, dovunque capiti – alla merce e al suo spettacolo (che alcuni si ostinano a trovare infame), Fabrizio oppone le sue creature immobili, in attesa di uno sguardo abbastanza limpido e allucinato da farle accendere e avanzare, da farle andare per il mondo a portare scompiglio.

 

 

L’Architetto: una deriva insolita fra le forme espressive.

Spacelandia-locandina72La mostra di Simone Di Stefano SPACELANDIA – Una deriva solida tra le dimensioni (ospitata da Mandarini spazio arte) è stata (ed è tuttora grazie ai suoi passi successivi) un’occasione d’interazione fra un gran numero di creativi, sia per quanto riguarda la fase produttiva di Simone stesso, ispirata dalle chiacchiere fatte coi pazzi amici, sia per le derive che ne sono seguite: il testo critico e le presentazioni di David Laurenzi, l’allestimento e la comunicazione coadiuvate da Fabrizio Bellini e gli scritti prosopoetici che ne stanno uscendo fuori.

Pur non essendo attività ospitate a BracciaRubate, alcuni creativi che a BracciaRubate fanno base hanno iniziato una proficua collaborazione con il vicino Lab52 (il laboratorio artistico di Simone, sito in Via Alessi, 52) e con il gruppo informale di creativi che ruota attorno alla rivista FLUSSO… una rete d’idee e progetti in continua gestazione/parto/sviluppo, e della quale ci piace parlare anche in questa sede.

Ed è proprio da questa contaminazione che è nata la performance del 27 Giugno 2015, della quale presentiamo il video: una contaminazione di codici differenti che Simone ha voluto promuovere per poterne lui stesso godere da spettatore.

2015-06-27-L'Architetto-Spacelandia-MandariniL’Architetto, dunque, quell’unico personaggio antropomorfo presente nei quadri di SPACELANDIA, è diventato protagonista di un racconto di fantascienza scritto da Fabrizio Bellini ed editato con l’aiuto di Zolletta. E, dalla presentazione di FLUSSO al PostModernissimo, altri incroci ed altri incastri: i libri con i quali Zolletta aveva assemblato una grande freccia/panchina diventano un muro davanti al Tavolo dell’Architetto – l’oggetto/scultura che Simone ha inserito nella mostra – un muro smontato e ricostruito davanti al lettore Fabrizio, per liberarne la voce nascondendone il corpo e la presenza; e la musica di Phantom Ship, che di nuovo si presta generosamente a far da intenso sottofondo a quella stessa voce.

Ecco il video di quella performance, insomma, quella sperimentazione senza prove che ha unito così tante forme espressive e che, soprattutto, ha unito individui delle più diverse formazioni artistiche in nuove e più strette amicizie.

L’Architetto – video

L’Architetto – testo integrale

Alcatraz in Viola!

Laboratori creativi di Fiorivano le Viole al Festival dell’Immaginazione.

Alcatraz1 (1)Sui verdi prati di Alcatraz, alcuni dei prodi creativi di Fiorivano le Viole hanno rincorso il semprevivo fantasma di Andrea Pazienza alla ricerca di una danza spontanea che potesse unire arte e socialità, coinvolgendo i presenti nelle calde ombre dell’assemblaggio e della pittura. Primi pomeriggi ricchi d’interazioni, chiacchiere, scoperte. Laboratori senza maestri ed allievi, veicolo di esperienze e passioni. Piccoli spazi senza mura a fare da contrappunto alle interessantissime lezioni. Piccoli artisti quasi anonimi felici di scorrere fra i grandi nomi del cartellone e fieri della propria leggerezza: Fabrizio Bellini, Massimo Boccardini ed Elisa Canestrelli (Atelier degli Artisti) animatori di un approccio fluido e naturale alla creatività ed all’immaginazione.

programmawebArtisti insonni a chiacchierare tutta notte attorno al tavolo o dentro la piscina riscaldata, ma pronti la mattina dopo a ricominciare il gioco dell’arte.

Noi crediamo nella luce!

inlightwetrust-def-web100BracciaRubate, in collaborazione con lo Studio OKO di Attilio Brancaccio e la pizzeria Pizza & Musica, presenta:

IN LIGHT WE TRUST

Due giorni e una mostra di LightPainting a gogò!

Protagonisti dell’evento sono Giulio (garagolo) Garavaglia e William (yapwilli) Vecchietti col loro progetto Signes de Lumière, contaminazione fra pittura e fotografia nella quale lo strumento tecnologico si fa veicolo di una poetica pura, un immaginario che unisce la realtà del soggetto ritratto – e dello spazio urbano che lo ospita – con una dimensione fantastica ed ironica della quale farsi protagonisti. Angeli, demoni, alieni ed incubi che escono dall’ombra, segnati dalla luce.

Info sul progetto e gli autori.

23 Novembre

Inaugurazione della mostra delle opere di Signes de Lumière alla pizzeria Pizza e Musica di Via della Madonna, 5

L’esposizione introduce quello che sarà il fulcro dell’evento: due intensissimi giorni di Light Painting nel quartiere di Via della Viola!

evento facebook

Sabato 6 Dicembre

Lo studio OKO di Via Cartolari, 14 ospita il workshop di Light Painting di Yapwilli & Garagolo, dedicato a curiosi e neofiti, ma anche a tutti i pittori, i fotografi e gli attori che desiderano confrontarsi con questa tecnica, imparando a disegnare con le luci ed il movimento.

Per prenotarsi ed avere ulteriori informazioni occorre mandare una mail a multiplodiotto@yahoo.it oppure passare a BracciaRubate, in Via Cartolari, 4.

Domenica 7 Dicembre

In occasione del primo mercatino natalizio organizzato dall’associazione Fiorivano le Viole per le vie del quartiere, lo studio OKO ospita una sessione di ritratti in Light Painting, aperta a chi voglia o si trovi a passare, e non abbia paura di farsi avvolgere e trasformare dalla luce.

A seguire, alla pizzeria Pizza & Musica, sarà presentato il video “La Canzone della Mosca“, realizzato da Signes de Lumière su musica di Zolletta.

Il video aprirà la performance musicale della D-Lights Clear Karma Orchestra nella loro prima apparizione pubblica!

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Non potete mancare!

I non morti non sono morti!

BottegheAperte-NonSiamoMorti-WEBIn occasione del workshop di Daniele Timpano, organizzato da Teatro di Sacco, e della performance finale lungo le vie del quartiere di via della Viola, l’ass. Fiorivano le Viole e le sue botteghe tutte presentano una giornata sul tema degli Zombie e dei non-morti in generale, a metà fra questo mondo terreno e l’altro invisibile. Ok, halloween è passato, ma non è un motivo per non fare i mostri!

(clicca sulla locandina per aprire la pagina dell’evento)

Sul fallimento e la forza gravitazionale della nebbia.

Un caro amico mi ha fatto notare che è normale il fatto che non ci siano iscritti al workshop di ROBOTOLOGICA che ho cercato di lanciare: “Sono due anni che fai fare robottini alla gente” ha detto, aggiungendo che se propongo sempre la stessa cosa non posso aspettarmi riscontri.

Per molti versi ha ragione e mi ha fatto riflettere, non senza provocarmi un po’ di pesantezza, sul fatto che sono un illuso, un don Chisciotte.

Nella mia testa, quella che io chiamo ROBOTOLOGICA ha una grande valenza, anzi, molteplici valenze: la tecnica dell’assemblaggio è inusitata (ci sarà sì e no un assemblatore ogni mille pittori) ed è quindi un’arte che offre ampi territori di libera esplorazione, ovvero di creatività non condizionata dalla cultura storico-artistica; gli elementi tecnici (ad esempio lo studio della plasticità dinamica, il lavoro sulle forme e sui materiali, il rapporto fra le parti della rappresentazione figurativa) sono utili all’artista nell’approccio delle altre arti quali pittura, scultura, teatro; la tematica del riciclo è attualissima ed affrontata con consapevolezza critica non priva di una certa ironia e leggerezza; la poetica del robottino per come la intendo richiama la dimensione umana sotto vari aspetti ed ha quindi una marcata universalità (potrei parlarne per ore e citare mille esempi); l’approccio è anti-accademico perchè il linguaggio è semplice e la stimolazione rivolta allo spirito creativo di chiunque; lo spirito è ludico nel senso più alto, ovvero d’immersione totale (ritmo alfa); l’evocazione è popolare eppure tocca l’inconscio del singolo innescando processi di riconoscimento della dimensione infantile ed animica; il distacco dagli schemi convenzionali di riconoscimento della funzionalità utilitaristica degli oggetti stimola una visione più oggettiva e distaccata del mondo partecipando attivamente ad eventuali pratiche di attenzione al presente e di consapevolezza, oltre che ad una riappropriazione per molti versi politica della materia comune e del luogo del sogno; l’analisi dei robottini assemblati può fare da specchio all’individuo, aiutandolo a riconoscere aspetti taciuti di se’, elementi – questi ultimi – che fanno della pratica ROBOTOLOGICA uno strumento autoterapeutico, sia nello sciogliere le tensioni presenti che nel prevenire gli effetti somatici di comuni negazioni interiori; infine gli oggetti creati sono belli ma fanno anche compagnia all’individuo solitario nel suo spazio abitativo perchè pregni di richiami archetipici al concetto di vita.

Nella mia visione, insomma, ho creduto che tecnica e poetica della ROBOTOLOGICA potessero essere apprezzate a livello conscio dalle persone, se non per tutti, almeno per qualcuno di questi aspetti. Il mio amico mi ha fatto capire però che la mia visione è aliena alla realtà comune: al 99,9% delle persone piace fare un robottino se passano al laboratorio, ma nulla più. Non costa niente a parte qualche spicciolo ad offerta e fa passare qualche minuto in piacevolezza, ma non appassiona, non suscita riflessione e tutti quegli aspetti interiori e politici dei quali ho accennato restano sepolti.

Il laboratorio aperto quindi funziona, funziona sempre, perchè è una novità per chi vi passi davanti, ma a quasi nessuno viene il desiderio di tornarci, di vedere cosa può succedere (dentro) la seconda o la terza volta. E’ un’esperienza che viene fatta poi messa da parte, tanto per dire che una volta è capitato di fare un robottino.

Il laboratorio guidato invece, non funziona affatto: si ha di meglio da fare che passare giorni interi a migliorare la propria tecnica, a ricercare un’espressività evoluta, a cercare di far coincidere forma e contenuto, ad esporsi alla contaminazione in uno spazio indefinito ed informale. Del resto, che ci fai con un robottino? Con un quadro almeno, puoi far finta di essere un artista, mostrandolo agli amici con orgoglio, ma con un robottino si possono al massimo ottenere sorrisi di sufficienza. I robottini non sono belli, sono carini. Non sono opere ma non sono nemmeno giocattoli, sono solo il risultato di un passatempo di un’oretta.

E chi è mai dunque un robotologo come me se non un eccentrico infantile che si diverte ad attaccare rifiuti perchè non sa fare di meglio. Impossibile spiegare che fra tante forme d’arte nelle quali potrei eccellere, io ho scelto questa, per realizzarmi e bilanciare gli aspetti isolazionisti della mia intima attività di scrittore.

Una volta sono riuscito a trovare qualche persona per intraprendere un lavoro prolungato e vagamente strutturato ed è stata per me un’esperienza incredibile e bellissima e per questo ho cercato di riproporla, di farla crescere, di trasmettere la mia visione ed instaurare ancora un lavoro di gruppo, ma oggi ho capito che certe esperienze capitano di rado, forse solo una volta, e che devo tornare al mio tavolo da lavoro come si torna in una casa vuota la sera, per vivere la visione da solo, come da solo vivo la scrittura, ed accontentarmi di far divertire la gente durante i laboratori aperti senza guadagnarci niente, accontentarmi di strappare un sorriso quando vorrei innescare rivoluzioni, cantare ninnananne per conciliare il sonno a chi invece vorrei svegliare.

Allora ha ragione il mio amico, dovrei pensare ai progetti che mi permetterebbero di tirare su qualche soldo, dare alla gente quel che vuole, ovvero simpatiche novità per trastullarsi, e smetterla di combattere i mulini a vento. Temo proprio di non riuscirci: sono nato lo stesso giorno di Cervantes e di Lennon e non posso non riconoscere la profonda affinità col loro spirito sognatore, cosa questa che non è un vanto; su questo pianeta è forse più una maledizione.

Potrà sembrare che a parlare è l’amarezza ma amarezza non è, solo disinganno. Sarebbe amarezza se questi fallimenti mi spingessero all’esilio, invece abbraccio il mio mondo, senza pretesa di ricevervi ospiti e senza rimpianti, consapevole di quanto sia ricco e meraviglioso, di quanto ancora ci sia da esplorare e da scoprire, interi continenti di sogno e creatività, un mondo di nebbia la cui gravità vince su quella rocciosa del mondo-di-tutti, dimostrandomi quello che ho sempre sostenuto e che pochissimi sembrano condividere, ovvero che cosa sia la realtà non lo decide la collettività, lo decido io. Strana forma di disinganno, lo so.

Fabrizio

7/11/2014

ROBOTOLOGICA: Laboratorio Guidato!

ROBOTOLOGICA-labGuidato2014-webIl 6 Novembre, a BracciaRubate, si terrà l’incontro di presentazione del laboratorio guidato di ROBOTOLOGICA, che è un po’ diverso da quello “aperto” che molti conoscono. Nel laboratorio guidato, infatti, il Gran Maestro Robotologo Fabrizio Bellini smetterà di essere scontroso, taciturno e borbottante ed aprirà le sue competenze e la sua saggezza ai neofiti più volenterosi, affrontando i temi dell’assemblaggio artistico lungo un percorso strutturato (comunque ludico), toccando differenti modalità tecniche e differenti argomenti, fino a superare il solipsismo creativo proponendo in ultimo un lavoro a più mani…

Il laboratorio parte giovedì 13 novembre ma è auspicabile agl’interessati la partecipazione all’incontro del 6, dove si parlerà del programma dettagliato e si prenderanno le prenotazioni… se non ci saranno prenotazioni il laboratorio non partirà ed il Gran Maestro sarà molto triste per tutto l’autunno.

Ancora BOTTEGHE APERTE!

bottegheaperteII-webVisto il successo della prima edizione, i creativi di Fiorivano le Viole non perdono tempo a rilanciare il secondo appuntamento che – come certi film di hollywood su grandi pesci dentuti ed assassini – promette numerosi altri seguiti! A differenza dei film di hollywood però-e-per-fortuna, la qualità promette di migliorare andando avanti! Inoltre non c’è da pagare il biglietto ed il 3D non necessita di stupidi occhialini. Tutto quello che dovete fare è portare il sorriso e spalancare gli occhi allo stupore… il programma dell’evento sarà presto disponibile qui.

Enjoy!