Piccoli guerrieri situazionisti – Un contributo (a)critico

manifesto 1-01“David, ti ho mandato il testo che ho scritto per la mostra. Quando hai tempo dagli una letta e se hai voglia mi piacerebbe scrivessi due righe sull’argomento. Senza impegno, naturalmente.”

In risposta a tale stimolo, David Laurenzi, scrittore ed antropologo visuale, amico e compagno d’avventure editoriali, ha inviato un suo penetrante ed inaspettatamente ampio contributo.

Oltre a far sentire immensamente onorato l’artista del quale tratta, questo articolo è un arricchimento non da poco alla mostra Innocenti Invasioni, prima personale del Gran Maestro Robotologo Fabrizio Bellini, che inaugurerà il 9 Dicembre 2015 alla Galleria 291 Est di Roma, ed al workshop che l’accompagna.

Ve lo presentiamo:

Innocenti invasioni.

La mostra Robotologica di Fabrizio Bellini
Alla Galleria 291 Est di Roma.

Piccoli guerrieri situazionisti – Un contributo (a)critico

di David Laurenzi (scrittore e antropologo visuale)

 

“Bello… come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello.”
Isidor Ducasse – Conte di Lautréamont, “I canti di Maldoror”, 1869

 

I robot sono gli schiavi; l’etimologia del termine (in lingua ceca) non mente. Non importa quanta tecnologia circoli al loro interno o muova le loro articolazioni, sono creature costruite per servire ed eseguire compiti altrui, senza dubbi o incertezze… Le leggende inquietanti e paurose che li vedono futuri dominatori del mondo, spietati invasori e distruttori (in film come “Il mondo dei robot” di M. Crichton del 1973, “Terminator” di J. Cameron del 1984, ecc) sono solo esorcismi per giustificare e perpetuare in eterno la loro sottomissione, il loro ruolo di ultra moderni servi della gleba; usati per rafforzare la parallela schiavitù di altri servi, quelli in carne ed ossa.

Complici ottusi e diligenti del potere e della scienza, contribuiscono e contribuiranno sempre più a tenere soggiogati coloro che tali devono restare, proteggendo lo status quo in nome del progresso (come  “Robocop”, il film di P. Verhoeven del 1987, insegna).

 

I robot al cinema, almeno finché non “impazziscono”, sono i servi perfetti (da “Il golem” del 1920 di Paul Wegener e “Metropolis” di Fritz Lang del 1926, passando per “Il pianeta proibito” di Fred W. Wilcox del 1956, fino all’intera saga di “Guerre Stellari” e ai replicanti di “Blade runner” di Ridley Scott e di cento altri film, “Avatar” incluso) e, nello stesso tempo, sono la merce perfetta, il super gadget di cui non si può fare a meno, quello che soddisfa tutti i nostri bisogni e desideri, anche i più intimi, segreti (come quello di avere figli; penso ai genitori in “A.I. Intelligenza artificiale” di S. Spielberg, del 2001).

 

È questa affinità dei robot tanto con gli schiavi e gli operai che con le merci e gli elettrodomestici che di per sé dovrebbe già suggerirci alcuni inquietanti spunti di riflessione sul proletariato e la sua alienazione, sul suo stesso essere merce e sulle possibili strategie di evasione da logiche e ruoli che ci riguardano molto più da vicino di quanto pensiamo (la schiavitù inconsapevole è quella perfetta, specie per i padroni).

 

Ma i robot (da quelli più meccanici e metallici, riconoscibili a vista, fino agli androidi e ai simulacri, doppi sintetici degli esseri umani, quasi non distinguibili dagli originali) al cinema, in letteratura e nel nostro immaginario in genere, ci parlano anche di altro; ad esempio dello strano mix di scienza e misticismo, di fede e tecnologia che li abita, alimentato dal bisogno “empio” di rivaleggiare con dio o la natura nella creazione. Per questo i “padri” dei robot sono spesso figure ambigue e affascinanti quanto i loro pargoli, proprio per il groviglio di motivazioni (inconsce o meno) che li muove; siano essi il rabbino Low che dà vita al Golem, il dottor Frankenstein che assembla il suo mostro, il falegname Geppetto che intaglia Pinocchio, o uno dei tanti scienziati dei racconti di Philip K. Dick intento a realizzare replicanti sempre più complessi (e complessati, pulsioni edipiche incluse).

 

È su questo scenario denso e sfaccettato che si staglia il lavoro artistico di Fabrizio Bellini; padre pudico (e fratello spirituale) di piccole creature metalliche, di curiosi freak tenuti insieme dalla colla e dall’immaginazione.

Mi ricorda, ed è un complimento, l’amorevole scienziato (Vincent Price) impegnato a dar vita al suo figlio artificiale (Johnny Depp) in “Edward mani di forbici”, il film di Tim Burton del 1990; per l’esattezza mi ricorda una stramba sintesi di entrambi. Mi sembra in parte lo scienziato, in parte Edward, proprio perché, come detto, il suo atteggiamento verso i “robottini”, lungi dal farsi tutela patriarcale, sfuma in fratellanza, in complicità.

 

Riutilizzando i resti e i rifiuti delle merci, le più prestigiose come le più a buon mercato (componenti di cellulari, tv e computer, tasti di telecomandi, manici di caffettiere, fibbie e tappini di dentifricio, mozziconi di cavi elettrici, viti, rondelle e mille altri scarti ancora), in un gioco di libera associazione a base di fantasia e manualità, Fabrizio vendica e redime le merci stesse, liberandole dalle rigide regole dell’utilità, del consumo, dello status (non c’è alto e basso, non c’è gerarchia tra i gli elementi delle sue creazioni; la linguetta a strappo di un barattolo di piselli si innesta senza problemi alla scheda elettrica di una costosa play station).

 

I suoi piccoli robot sono buffi zombie, riassemblaggi di scarti del supremo ente moderno, la merce, che tornano (come i non morti, appunto) a vivere per farsi beffe di un potere che, dopo averli usati, li ha gettati via.

Parlo di robot per le “creazioni” di Fabrizio – intendendo i robot classici della fantascienza anni ’50 e ‘60, ormai a loro volta macchinari antiquati, fuori moda, tutti antenne, arti meccanici, corpi cilindrici e occhi sporgenti – perché anche quando sono chiamati a rappresentare alberi, gatti, scimmie, esseri umani assortiti e quant’altro, lo fanno sempre “robottizzandoli”, togliendo loro ogni scontata somiglianza realistica in favore di una visione “artificiale”, da “oggetto ludico” che reinventa la vita senza subirla.

 

Ricorrendo con piena consapevolezza e fiera incoscienza agli strumenti dadaisti e surrealisti del collage e del “cadavere squisito”, e a un vero e proprio detournement situazionista (per cui gli elementi di un discorso vengono riassemblati e decontestualizzati, vengono distolti dal loro significato originario e spinti a significare altro, liberando la critica all’esistente in essi già presente), Fabrizio sforna guerrieri di plastica e metallo, impegnati in piccole guerre contro il proprio doppio status, di merci e, appunto, di macchine (di robot/schiavi).

 

Guerre, dicevamo, ma senza sangue innocente sparso, guerre ludiche; il gioco infatti è l’orizzonte a cui i “robottini” rimandano, lo spazio altro rispetto al mondo e alle sue dinamiche economiche ed esistenziali, il luogo dove vigono leggi e regole inventate e/o liberamente accettate da chi gioca (nulla è più serio e vincolante del gioco per chi gioca, ma nello stesso tempo nulla è più effimero e circoscritto) – Debord e i situazionisti, del resto, amavano moltissimo i giochi da tavolo e di strategia, e non disdegnavano di considerarsi essi stessi pedine in partite che li trascendevano.

E poi piccole, sì, le guerre in questione lo sono, così come le dimensioni dei robot che le combattono, e frequenti sono i richiami alla semplicità e alla purezza dello sguardo dei bambini (i piccoli per eccellenza), in grado di reinventare il mondo e giocare con tutto, di tutto; ma il parallelo regge solo a patto di avere ben presente, come Fabrizio fa, quanto l’innocenza infantile (se non “caramellata” e addomesticata dalla Disney e i suoi epigoni) sia in realtà eversiva, destabilizzante, finanche perversa nella sua a-moralità – per Freud i bambini erano pur sempre “piccoli mostri polimorfi”!

 

L’arte robotologica di Fabrizio, umile e orgogliosa al tempo stesso, è abbastanza leggera e “resistente” da costituire un antidoto ironico alle altre forme di arte, quelle più imponenti e legittimate, quelle più serie e accademiche, talmente sicure di sé da finire spesso risucchiate nel baratro che dicono di temere (e che a volte invece anelano), il buco nero che poi le risputerà fuori trasformate in super-merci, in beni di consumo più o meno elitario.

E riesce in questo anche grazie al suo richiamo costante a pratiche basse (il bricolage, il riciclaggio, il piccolo artigianato da bancarella), e all’idea “forte” di laboratorio condiviso – padre per niente geloso delle sue creature e dei suoi processi creativi, Fabrizio si prodiga infatti nell’insegnare ad altri a trovare un senso (il loro, non il suo) nel caos di avanzi che gli mette davanti per dare vita a nuovi robottini, a piccoli guerrieri che poi affianchino i suoi nella comune battaglia.

 

Assemblati (con assoluto delirio e maestria) unicamente con frammenti recuperati nei modi più vari dalla grande discarica universale, e perciò consapevoli del destino triste e marcescente di tutte le merci, anche le più esclusive, i robottini con cui siamo chiamati a confrontarci non sono certo simpatici gadget, ma piuttosto spiazzanti costruzioni artistiche.

Qui – in questa mostra preziosa, e altrove, dovunque capiti – alla merce e al suo spettacolo (che alcuni si ostinano a trovare infame), Fabrizio oppone le sue creature immobili, in attesa di uno sguardo abbastanza limpido e allucinato da farle accendere e avanzare, da farle andare per il mondo a portare scompiglio.

 

 

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