Immoralia2012

 di Fabrizio Bellini.

In memoria di Yzu

Chi poteva immaginare che dentro le mura della mia vecchia città si nascondesse un luogo così, un nero capace di contenere tutti i nostri colori.

Ah! Mi lascio guidare da quello scheletro pallido ed odioso che si vuole fare la mia ragazza, che mi vede per il bambino selvaggio, sciocco e superbo che sono. Eppure è facile poi, scivolare per le vie fino al portone aperto, stupire dei sorrisi, stupire dell’arte, stupire del fuoco.

Svoltato il primo angolo, intenta a far volare le cartoline del proprio mondo come aquiloni al vento, un amore di fiamma che avrei conosciuto col tempo. Poi, dentro, un ragazza, incanto di follia, che mi fa venire voglia di cantare.

Ed ancora, una rotta per un’isola sconosciuta, dove avrei gettato le ancore per un po’, ed un’idea che non mi avrebbe mai mollato, un sapere non descrivibile a parole, un aroma nell’aria, l’atmosfera di ciò che è sacro al di là di qualsiasi morale.

 

La creazione non è il martello del giudice, che batte il giudizio sulla vita, la creazione è una danza ed un canto, che non cessa mai, neppure per un momento, perchè, se si fermasse tutto, tutto semplicemente smetterebbe di essere creato, e scomparirebbe nel sonno profondo, privo di sogni.

 

Nel chiostro stretto e segreto di questa vecchia città, si consuma un’alchimia che mi spalanca il cervello, il cuore e lo stomaco: la notte più viva.

Sono troppo giovane per capire, ma non troppo giovane per sentire. Sentire, fra l’altro, che si può fare (!), che la travolgente energia che mosse i poeti delle generazioni passate rinasce e rinasce ancora, incurante di un mondo sempre più grigio, della pacatezza dell’Impero, del dramma della sua caduta imminente nel momento della massima espansione.

 

E si può fare, si può leggere ad alta voce ciò che si scrive. Davvero! Rinasce Parigi, rinasce San Francisco rinasce New York, e se anche non si può parlare di una generazione, si può sempre parlare di un frattale di coscienze individuali che si richiude e si semplificava, riunendosi in un cerchio.

Può morire la coscienza? Io non credo, e poi che importa? Qui, ora, non esiste morte, perchè non esiste paura. Sono ancora in questo luogo, non c’è tempo che possa scorrere altrove.

Dimenticando la paura, ci si dimentica del tempo, e ci si dimentica di dimenticare, e semplicemente si conosce quello che si ha davanti. E dal momento che il tempo non c’è, non c’è nessuna possibilità che possa riprendere a scorrere. Sono ancora qui, confuso dal vociare, nemmeno in grado di ricordare, figuriamoci di spiegare.

Non è più l’epoca per i Maestri dichiarati e per i Santi istituzionali, ognuno deve fare da se’, ognuno deve riempire il proprio calendario coi nomi di chi preferisce, dando ad uno una domenica, ad un altro il martedì, una Santa di Maggio, un Santo d’Agosto, un Maestro d’autunno ed un Angelo d’inverno. Ognuno riempie i giorni come crede, riconoscendo che ogn’incontro, ogni amore, ogni amico e nemico incontrato, ogni esempio ispirato ed ogni rimpianto ingoiato, è degno di essere raccontato in un libro sacro, e necessariamente profano.

Così ognuno ha i suoi Santi, e non deve stonare la parola, non è esagerata: nessuno è perfetto in se’, ma è sempre perfetto per gli altri.

Trovare un fratello vuol dire trovarli tutti, non c’entra niente distinguere fra noi e gli altri. Non è una questione di favori reciproci, è una questione di meraviglia incancellabile. E se la meraviglia, la fratellanza, lo stupore e la passione sono incancellabili, qualcuno dovrebbe spiegarmi, e non credo nessuno possa farlo, dove sta la morte. No, non la conosco, non so cosa sia.

Io sono qui, tu sei qui, anche se il mondo è al rovescio, anche se si pensa che sia un’allegoria od un’altra di quelle figure retoriche dai nomi bizzarri, che solo i veri poeti conoscono, e niente potrà mai essere dimenticato davvero.

Niente passa sotto silenzio, niente, in definitiva, può essere perso.

 

 

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