L’Architetto

vedi:

– Racconti.

– Articolo e video della relativa performance.

di Fabrizio Bellini

Ispirato dalle opere componenti la mostra Spacelandia di Simone di Stefano e a qualche sua altra opera dell’ultimo periodo, nonché a certe idee visionarie che Simone ha condiviso e che fanno da soggetto di partenza al racconto.

A Simone ed a Spacelandia è dedicato il racconto.

Per quel poco che può significare, l’Architetto veniva dal passato. Aveva fermato lo spazio e mosso il tempo, ed attraversato le innumerevoli vite di miliardi di generazioni di uomini, alieni, mutanti e dèi per giungere, alla fine, al tempo inaspettato nel quale già da un po’, all’espansione delle variabili probabilistiche, era succeduta la contrazione delle stesse ed il tutto era già iniziato a tornare al mito, al simbolo incarnato, alla magia dei pochi rispetto la disarmonia dei molti.

Nuvole e gocce di rugiada avevano angoli e punte, ed erano simili a tozze stelle disegnate da mano infantile, perchè tanto l’energia era potentemente concentrata, tanto necessitava di vie di fuga ed angoli dove scaricarsi. La linea della minor resistenza aveva forma di cubo, non già di sfera.

I pianeti avevano forma di sfaccettate pietre preziose, le montagne si sporgevano in terrazze impossibili, le piante crescevano in conformazioni frattaliche di grande complessità; e rami e radici, oltre che divergere, si ricongiungevano in eccezionali gomitoli spinosi.

Senza rendersi conto di stare pensando una similitudine poetica, all’Architetto parve che in quel tempo le leggi della fisica stessero vivendo il loro autunno, rispetto alla primavera alla quale era abituato. Non già un nuovo paradigma, ma una nuova filosofia della natura.

L’Architetto era apparso all’alba alla periferia di una grande città, soddisfatto che non ci fosse nessuno ad osservarlo. S’era incamminato in direzione dei grattacieli del centro ed era presto stato colto da stupore nel constatare la desolazione di quell’insediamento. Non lo turbò tanto il fatto che non ci fossero abitanti – era un’evenienza che accadeva spesso nei viaggi temporali, per una mancata sincronizzazione nello scorrimento che lasciava visibili le cose inanimate, mentre le persone restavano indietro o correvano avanti nel flusso del tempo.

No, a turbarlo fu la mancanza di ogni lettera, di ogni simbolo, ideogramma, logo, strumento di riconoscimento. Non c’erano cartelli stradali, non c’erano insegne, nessun numero civico ne’ manifesto pubblicitario, solo forme geometriche abbozzate e dagli spigoli stondati, pareti lievemente curve, tetti simili al cappello bitorsoluto di un fungo.

Si concentrò sul proprio campo di sincronia temporale ed attraverso la percezione fornitagli dall’omniproiettore constatò che era in perfetto ritmo con lo scorrere del tempo: se c’era qualcuno avrebbe dovuto vederlo.

Si rincuorò, ipotizzando si trattasse di una città morta, forse devastata da qualche strana arma o da una pestilenza.

Ma presto si accorse che nelle case non c’era niente. Non solo mancavano gli abitanti ma le cose, i veicoli, le panchine, le fioriere, e poi – sbirciando dalle finestre – i mobili, gli elettrodomestici, i quadri, le foto, i chiodi nei muri. Non c’era niente salvo qualche smilzo lampione e qualche assurdo semaforo. Entrambi gli oggetti parevano le teste di strani animali a collo lungo, immobili per non farsi notare.

All’avvicinarsi del centro, l’Architetto rilevo una maggiore definizione degli edifici, fino a trovare forme geometriche precise, perfetti palazzi come disegnati col righello: tutte le stanze spoglie, tutti gl’impianti mancanti (non c’erano prese elettriche o interruttori).

Eppure, collocati senza alcun senso logico conosciuto, c’erano tubi, complessi intrecci di tubi che non venivano da nessuna parte, non portavano da nessuna parte e non sembravano trasportare nulla, e ventole, piccole e grandi, sparse qua e là come disegni di costellazioni o nei sulla pelle. L’Achitetto dedicò ogni attenzione all’analisi paziente di tali strutture: per un viaggiatore del tempo con la sua missione, il tempo non ha grande importanza.

Le pareti non erano quasi mai perfettamente parallele fra loro – osservò. Le scale non avevano ringhiere e salivano in spirali regolari senza un appoggio centrale: cornici di scalini aperte al baratro.

Le porte non avevano serratura o maniglia.

L’Architetto si fissò nel cercare di capire chi mai aveva od avrebbe potuto abitare una tale città, e tale ricerca lo impegnò per intere settimane, un tempo che gli sembrò quello di una stagione.

L’omniproiettore lo proteggeva da ogni elemento di quell’ambiente che avrebbe potuto nuocergli, filtrando anche le percezioni: l’Architetto effettivamente non sapeva se i colori che vedeva corrispondessero effettivamente ai colori che avrebbe visto se si fosse scollegato dall’apparecchio, così come non conosceva la reale consistenza delle cose che toccava. L’omniproiettore faticava un po’ a convertire gli stimoli tattili di quel mondo, suggerendo all’Architetto che tutto fosse fatto di qualcosa simile alla plastica. Ma all’Architetto, scioccamente, poco importava dell’esperienza tattile.

Era lì per osservare quel tempo che poi, in definitiva, avrebbe anche potuto non avverarsi. Ogni istante, così credeva lui, era indipendente da ogni altro ed esisteva nel proprio campo di probabilità. Quello era il futuro relativo all’attimo passato dal quale era partito, ed era solo il più probabile in quel momento: altri futuri danzavano nel campo di probabilità generale, lottando per una maggiore percentuale di realtà, come serpenti nel nido.

L’Ordine gli aveva vietato quel viaggio ma l’Architetto doveva sapere. Doveva sapere che ne sarebbe stato della sua immortalità, di quell’ego che poteva sopravvivere di corpo in corpo, di quella coscienza così fiera di plasmare la storia e le forme del mondo, e di aver vinto la morte.

Ingenuamente, aveva creduto che non sarebbe mai scomparso, mai morto, fino alla fine del tempo, ed un giorno aveva voluto verificarlo consultando il visore cronoscopico. Aveva con fastidio scoperto che il visore non era affatto tarato per vedere oltre il milione di anni, un limite ben lontano dal punto che aveva voluto osservare e che era al capo opposto del tempo, ed aveva stabilito di compiere il viaggio di persona.

Quello ovviamente non era il pianeta Terra, ma ne aveva gemello lo spirito. Lì l’Architetto era certo di trovare tracce dell’Impero, e forse persino un se stesso immensamente più vecchio e capace.

Dove mai erano gli abitanti, allora? E dove i loro spettri?

I raffinati sistemi di rilevazione dell’omniproiettore gli permisero di disegnare un’accurata mappa olografica della città, e di prelevare campioni. Con meticolosità ne studiò i materiali costituenti e si accorse di due fenomeni: primo che tutta la sostanza della città, seppure non biologica, aveva una radicale parentela, secondo che, paragonando le mappe tracciate in diverse settimane, risultava evidente che la città subiva una lenta ma costante crescita.

Ne dedusse che la città era un organismo unitario simile ad un fungo, non già una creazione edile.

Si domandò allora se fosse di origine naturale od un qualche avanzatissimo progetto di programmazione genetica e di edilizia agricola: una città in un seme.

Se questa ipotesi era vera, la città doveva essere disabitata perchè se ne attendeva il completo sviluppo, prima dell’inizio dell’insediamento. Ma voleva anche dire che la scienza di quel mondo era tremendamente avanzata.

Per un attimo, non si sentì più sicuro della protezione fornitagli dall’omniproiettore, ma nonostante i timori riguardo la propria sopravvivenza, era risoluto ad incontrare gli abitanti di quel mondo. Sentenziò che la città aveva ancora molto da rivelare, e decise di attendere lì l’arrivo dei suoi creatori, continuando le proprie ricerche.

Oltre ad un’ampia banca dati, l’omniproiettore poteva fornirgli strumenti di ogni sorta, oggetti fatti di energia ed apparecchiature laser. Così s’insediò nell’attico del più alto grattacielo e continuò gli studi sul materiale della città. La chimica che conosceva non aveva senso in quel mondo e dovette inventarsene una di natura sperimentale.

Non riuscì ad individuare tracce di artificialità nel materiale, paragonato ad una delle normali piante spinose che crescevano qua e là, e alle altre specie di funghi e vegetali trovate nelle zone selvagge oltre i confini della città, ma non poteva esserne sicuro, perchè non conosceva ancora bene le leggi di quel mondo.

Passarono mesi e la città continuava a crescere senza scopo; le piante spinose s’agghindarono di gialli fiori che parevano stelle di marmo scolpito, ed altri, violetti, come una spirale di piramidi aguzze.

L’Architetto s’era abituato a compiere lunghe passeggiate, per poi fermarsi a riposare in un posto qualsiasi e disegnare ipotetiche rifiniture ai palazzi, arredando le strade di attività commerciali e trasporti. Dell’intera città era l’unico abitante, e perdersi per le sue vie o dentro i palazzi era per lui come perdersi piacevolmente fra le proprie stanze, in cerca di qualcosa che si è dimenticato cosa fosse.

Ma un giorno giunse un messaggio o, forse, era sempre stato lì.

Erano cerchi incisi sul muro di un vicolo, cerchi perfetti misti ad ovali variamente schiacciati e di diverse grandezze, intrecciati fra loro in un motivo eccentrico e tagliati da alcune linee curve od ondulate.

L’omniproiettore fotografò l’immagine. L’Architetto restò a lungo a fissarla ed a cercarne un senso, ma non lo trovò e riprese a camminare, incontrando e catalogando varianti dello stesso linguaggio su altre pareti e sulla ruvida pavimentazione, finchè, sul grande muro sopra l’ingresso di quello che avrebbe potuto essere un teatro, trovò un’altra grande incisione, questa volta più comprensibile.

C’era un quadrato dominato da una stella a molte punte ed al centro del quadrato il disegno stilizzato della città vista dall’alto. Un quadratino più piccolo era posto ad una certa distanza alla destra della città. Una mappa. Un messaggio intelligente che era certo rivolto a lui, perchè qualche giorno prima era già passato per quel luogo, e non c’era traccia d’incisioni.

Comparvero dei piccoli cursori di luce che, volteggiando attorno al glifo, incisero la parete con una strana freccia dalla punta circolare, fra la città ed il quadratino, che inequivocabilmente lo invitava a muoversi verso la direzione indicata.

All’Architetto non piaceva affatto il tono sbrigativo di quella comunicazione, ma accettò l’invito ed incamminandosi verso la periferia, salutò interiormente la città della quale, per quasi un anno di quel lentissimo tempo, era stato principe.

Il paesaggio era roccioso ed impervio, i fiumi compatti e taglienti come rasoi, spinti da correnti tanto forti da far risalire alle acque brevi pendii. Non trovò ponti, ma l’omniproiettore gli permetteva di volare all’occorrenza. Di solito non usufruiva molto di tale capacità perchè in fondo non aveva fretta. Quando sarebbe tornato, sarebbe comunque passato solo qualche istante dalla sua partenza.

In quel futuro era da solo e nessuno avrebbe potuto raggiungerlo.

Quel futuro gli apparteneva.

Incontrò un bosco di piante mastodontiche dalle trapezioidali foglie nere e dalla struttura ingarbugliata simile a quella di uno scarabocchio.

Vi si perse, ma i piccoli cursori di luce ricomparvero tracciando sui rami ed a terra altre di quelle strane frecce dalla punta tonda, e lo guidarono con fin troppa premura fino alla grande montagna a triplo becco.

Avrebbe potuto volare facilmente a destinazione ma si era imposto di prendersi i propri tempi ed anche di farsi un po’ attendere.

Trovò un laghetto d’acque chete e decise di farsi un bagno. L’omniproiettore non lo abbandonò nemmeno quando si tolse i vestiti. Massima espressione della scienza transtemporale degli Architetti è l’omniproiettore, consistente in una sorta di pulviscolo sottile che circonda il portatore con un campo energetico reattivo, capace di aderirgli addosso o di espandersi a piacere. Senza quello, le differenze fisiche fra questo ed il suo tempo l’avrebbero probabilmente annientato.

Anche col filtro percettivo, nuotare in quella strana acqua sabbiosa fu un’esperienza interessante, che lo ritemprò in vista dell’incontro. Mancava assai poco, ne era sicuro, ma ancora nessuno a venirgli incontro. Stavano cercando d’insultarlo?

Decise comunque di fare buon viso a cattivo gioco e soprassedere.

Il sentiero iniziò a serpeggiare e farsi pericoloso ma l’Architetto insistette nel proseguire a piedi, anche a costo di sporcarsi un po’ le mani sulle rocce.

Molto più in alto, la stretta via, che aveva preso in un labirinto di denti di roccia, si aprì all’improvviso su un altipiano spettacolare, una terrazza blu sulle rosee nuvole cubiste, con al centro un lago a cinque lati, che pareva fatto di vetro, e probabilmente lo era.

Sopra l’altopiano un gran numero di forme geometriche tridimensionali, ognuna di un diverso colore, Solidi più o meno allungati, più o meno complessi, ma certo appartenenti ad una specie comune. Erano stati quei Solidi a chiamarlo.

Davanti ai suoi piedi iniziava il grande campo di erba blu, un’erba spinosa alta più di tre metri che lo convinse ad alzarsi in volo alla maniera di quegli strani esseri geometrici.

Osservò interessato i complessi intrecci di quadrati ed altri segni tracciati nell’erba con precisione chirurgica, pur ignorandone il significato, ne avvertì il potere arcano e simbolico. Poi si avvicinò ai primi Solidi quanto bastava per osservarli non visto, e capire che piaceva loro, di tanto in tanto, scivolare nell’erba a grande velocità. In lontananza, avrebbe giurato che un gruppo di Solidi stesse giocando, o forse danzando nell’aria ma, prima che potesse avvicinarsi per curiosare, fu intercettato da un cubo rosso (anche se non proprio un cubo regolare) grande come una stanza, che gli venne incontro a gran velocità, circondato da una trentina di cursori di luce.

L’Architetto volle anticipare l’impeto del cubo rosso estendendo il campo dell’omniproiettore in un qualcosa di ben visibile, che assunse la forma di un dodecagono scintillante di una decina di metri.

Il cubo rosso parve afferrare il messaggio e rallentò la sua corsa, avvicinandosi con il dovuto rispetto.

L’Architetto lasciò affievolire la propria magia – anche se non del tutto – e si rivolse al cubo rosso per i soliti canali telepatici, linguaggio universale per ogni specie che non voglia trastullarsi con lo studio delle lingue. Il messaggio telepatico viene tradotto splendidamente dal cervello dello stesso ricevente, nell’ideoma da lui più usato.

“Salute a te” Disse “Io sono l’Architetto.”

“Tu puoi chiamarmi Zeta Zeta Sei.” Rispose il Solido con freddezza “Dichiara il tuo scopo.”

“A parte insegnare il concetto di diplomazia?” Disse l’Architetto “Sono qui soprattutto per porvi delle domande, che mi serviranno a capire il mio destino.”

“Mi scuso.” Cambiò tono il cubo “Avverto che sto parlando ad un individuo dal pensiero complesso… è che, lo ammetto, il tuo aspetto è…”

“Dillo pure, non mi offenderò.” Interloquì l’Architetto.

“E’ l’aspetto di una cosa morta, qualcosa che non dovrebbe avere vita e pensiero.”

L’Architetto rise, trasmettendo un’affettata amichevolezza.

“Non è molto diverso per me, te lo assicuro. Eppure possiamo comunicare.”

“Certo. Benvenuto, Architetto, a nome dei Solidi, nell’altipiano del mare blu ed al lago specchio.”

Fu condotto da Zeta Zeta Sei a camminare sul lago specchio e molti Solidi si radunarono a conoscere lo straniero. Non ebbe molto tempo per fare domande perchè fu troppo impegnato a rispondere alle loro. La specie dei Solidi, stabilì, è di una curiosità famelica e di fredda e penetrante logica.

Non ebbe motivo di mentire alle loro domande, pur riservandosi di nascondere certi lati oscuri del proprio lavoro: il dominio sulle masse, il privilegio del padrone, il freddo calcolo sulle vite degli altri.

Si fece notte e la luna pareva un rettangolo aureo sul punto di cadere sul pianeta, luminosissima e potentemente attraente.

“Il lago” Gli spiegò Zeta Zeta Sei “Amplifica le energie del sole, della luna e delle stelle e stimola la vitalità di chi ne colga i riflessi”.

Un luogo sacro, comprese l’Architetto, che da sempre è la piazza dell’altopiano, caotico ritrovo e centro del dibattito pubblico.

Le energie lunari parvero catturare anche l’Architetto che, fluttuando alla maniera dei Solidi, si lasciò andare a lunghe descrizioni del passato e della sua visione del tempo, una visione inevitabilmente poetica, che lo turbò più di ogni altra cosa. L’idea di avere quel genere di sensibilità lo spaventava perciò si sforzò di reprimerla ed aspettò che la notte inghiottisse il gruppetto dei più tenaci cacciatori di fulmini rimasti a fare ora tarda, l’ironia della stele violetta per far colpo sulle due meteomanti piramidali, l’imbarazzante mestizia dell’incisore, fino a restare solo con Zeta Zeta Sei, che pure era desideroso di congedarsi.

“Devo chiederti una cosa.” Disse l’Architetto.

“Chiedi pure, amico Architetto.”

“Chi è che comanda qui, sull’altopiano?”

“Nessuno in particolare, direi. Ci sono dei capi meteorologi, capi delle squadre di caccia ai fulmini, un coordinamento fra i sapienti tracciatori di sigilli di potere, ma nessun capo dei capi. E’ un’idea stupida.”

“E chi è invece che conserva le storie?”

“Le storie? Le storie sono nella nostra memoria, non c’è bisogno di qualcuno per conservarle. Anche questa è un’idea alquanto strana di voi abitanti dell’altro lato del tempo. Noi non ci preoccupiamo come voi del passato, ci tramandiamo quel che serve di sapere e scriviamo solo quel che è certo e non fraintendibile. Non basterebbero mille anni di scrittura da parte di tutti Solidi dell’altopiano, per riempire uno dei libri del quale hai parlato.”

“Ma non costruite niente?” Chiese d’impulso l’Architetto.

“Abbiamo costruito il lago di vetro.” Rispose quieto Zeta Zeta Sei “Anche se forse non abbiamo la stessa idea del concetto di costruire.”

“Quindi voi non capite cosa significa Architetto.”

“Certo che lo capiamo, anche se… ci appare un po’ buffo, ecco.”

“Buffo?” Chiese stupefatto.

“Per noi l’Architetto è una figura delle fiabe.” Rispose Zeta Zeta Sei – “Una leggenda antica che narra di un dio del cielo che passa il tempo nel cercare di mettere ordine fra le nuvole, ma queste costantemente sfuggono al suo controllo, mutando di forma.”

L’Architetto s’incupì ed alzando la mano colpì Zeta Zeta Sei. Sul fondale d’argento del lago esplosero i riflessi del campo energetico.

L’Architetto lo immobilizzò e stordì la sua mente, quindi ne penetrò le profondità, in cerca di coscienze sommerse, memorie genetiche, impianti di coscienza, simboli e condizionamenti tipici del suo passato, e non trovò niente. Nessuna traccia della sua gerarchia, del suo eterno impero. Nessuna eredità della sua vita.

Certo la lettura psicogenetica di un solo individuo non era una prova, ma per una volta decise di ascoltare il suo istinto ed accettare un’ovvia verità: non avrebbe visto la fine dell’universo. La sua immortalità era una farsa, un rubare al tempo le briciole di un’illusione, l’inganno di rappresentare e propugnare un modello che si crede sacro ed eterno, finchè non lo si vede in cenere.

Lasciò andare Zeta Zeta Sei, che si allontanò rapidamente di una dozzina di metri, alzando un tardivo muro di energia tramite i cursori di luce, che niente altro sono che potenti emanazioni psichiche.

“Perdonami, se puoi” Chiese l’Architetto “Era l’unico modo per sapere.”

“Mentre tu guardavi in me, io guardavo in te.” Rispose il Solido senza scomporsi ulteriormente “Ed ho capito. Il tuo problema mi pare alquanto stupido. Ma ho capito. Questo non è il luogo per te e la tua gente. Era come pensavo: tu sei una cosa morta, e non dovresti poter parlare.

“Io non sono morto!” Esplose l’Architetto.

“Ma di certo non sei vivo! Sei come un acquazzone, che bagna il tempo dove gli aggrada, che usa il tempo per avere risposte e per avere potere. Un demone pieno di vanità, che si nasconde dietro la buona educazione. Non è bene che tu stia qui. Domani parlerò agli altri ed è meglio tu non ti faccia trovare.”

Zeta Zeta Sei non aveva manifestato rabbia o fastidio, aveva parlato come… come se lui fosse un pazzo che entra in città sostenendo di esserne fondatore e legittimo proprietario, chiedendo udienza al sindaco.

L’Architetto si sentì piccolo come non si era mai sentito e, sconvolto, non seppe neppure perdersi nella rabbia, restandosene in un silenzio cupo ed imbarazzato assieme.

Nessuna retorica e nessuna propaganda avrebbero intaccato la logica di quella specie geometrica e lontana.

Non gli restò che voltarsi ed andarsene.

Volando, in pochi minuti l’Architetto fu di nuovo in città, in quella città organismo priva di senso, che mimava le antiche forme del suo mondo, senza averne coscienza. Nessuno poteva vivere lì, nemmeno lui, così decise di tornare al suo tempo e, dopo essersi dato una ripulita, essersi sbarbato e pettinato con cura, si schiarì la voce e con un semplice pensiero attivò il comando di ritorno.

17-19 Giugno 2015

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