La vera storia di Francesco Capponi

vedi:

Francesco Capponi.

Biografia immaginifica a cura di Fabrizio Bellini.

Oltre ad avere fenotipi del tutto identici, gli abitanti del pianeta Dippold avevano anche un identico gusto nel vestire, ma Francesco aveva sempre avvertito dentro di se’ che ci dovesse essere qualcosa di diverso, nel vasto cosmo.

Era un bambino apparentemente uguale a tutti gli altri bambini di Dippold – alto, magro, con baffi, barba e maglia a righe – quando cominciò a raccontare di queste sue sensazioni.

– L’universo è così incredibilmente vasto – Diceva – Che da qualche parte ci devono essere persone con una faccia differente, magari persino con maglie senza righe.

Fu immediatamente mandato dal miglior psicoanalista del pianeta, Sigmund Capponi, un uomo alto, magro, con baffi, barba ed una maglia a righe, che lo fece stendere sul divano a righe ed ascoltò pazientemente le sue assurde congetture.

– E’ solo una fase – Spiegò il dottore ai genitori del piccolo dippoldiano, tranquillizzandoli solo in parte – Presto gli passerà.

Ma dato che l’ossessione di Francesco continuava, il dottor Capponi consigliò che gli venisse data una macchina fotografica, così che potesse ritrarre i suoi simili e verificare da se’ che non c’era proprio nessuno con un aspetto diverso.

L’esperimento non produsse i risultati sperati, perchè non convinse Francesco, ma al contrario gli fornì gli strumenti per la sua ricerca ed una nuova fissazione, quella per la fotografia.

Così il padre, un uomo alto, magro, con baffi, barba ed una maglia a righe, mandò a chiamare don Abbondio Capponi, un sacerdote della Chiesa del Dio Baffuto, un uomo alto, magro, con barba, baffi e la tradizionale veste a righe, perchè parlasse al ragazzo.

– Dio è alto, magro, con barba, baffi ed un larga tunica a righe – Disse don Capponi – E ci ha creato a sua immagine e somiglianza: non può esservi altra forma per i viventi!

Francesco non credette alle parole del sacerdote, come non aveva creduto ai genitori ed allo psicoanalista, ma fece buon viso (con barba e baffi) a cattivo gioco, e smise di raccontare in giro le proprie visioni. Voleva dimostrare l’esistenza di alieni differenti dai dippoldiani, così si dedicò allo studio delle scienze, in particolar modo all’astronomia ed all’astrofisica.

La madre, una donna alta, magra, con barba, baffi e maglia a righe, non si lasciò fuorviare: sapeva che suo figlio, quel ragazzo sensibile, alto, magro, con barba, baffi e maglia a righe, stava nascondendo la propria follia, ma acconsentì a che s’iscrivesse alla facoltà di astronomia, sperando che il prevedibile fallimento dei suoi esperimenti lo riconducesse alla ragione.

Fu all’università che Francesco conobbe il professor Neil Capponi, un anziano scienziato, alto, magro, con barba e baffi sbiancati dall’età, che indossava sempre la stessa stinta maglia a righe. Lo studioso fu il primo ad accettare le teorie del giovane come possibili e a spingerlo a dimostrarle, procurandogli, dopo la laurea, un lavoro al FRA (Fronte di Ricerca Astronautica).

Francesco si addestrò duramente, fino ad entrare nell’equipaggio del Collodio 13, un razzo spaziale alto e slanciato, che avrebbe dovuto esplorare la Luna baffuta di Dippold e le sue misteriose righe.

L’intera popolazione del pianeta seguì col fiato sospeso le varie fasi della missione, trasmesse in diretta sulla baffovisione. L’equipaggio del Collodio 13 era composto da quattro astronauti, i cui volti barbuti e baffuti sarebbero tragicamente entrati nella storia di lì a poco, come simbolo di coraggio ed abnegazione.

Erano fieri esploratori dell’ignoto, alti e magri pionieri della buia frontiera cosmica, impavidi portatori di barba e baffi, che affrontavano il freddo dello spazio con una tecnologia analogica, protetti solo dalle tute spaziali a righe.

Il Collodio 13 decollò senza problemi ma, una volta superato il confine dell’atmosfera, incappò in quello che il grande fisico e matematico Albert Capponi aveva chiamato “Pin-Hole”, ovvero un tunnel naturale nello spazio e nel tempo, capace di catturare massa e luce e di trasportarle all’istante in un altro punto dell’universo.

Albert Capponi – il cui volto barbuto e baffuto tutti conoscevano per la nota foto con la linguaccia – aveva solo teorizzato l’esistenza di tali varchi stenopeici, ma ora l’incidente del Collodio 13 ne dimostrava la terribile concretezza. Il razzo sparì dalle righe dei radar, lasciando i ricercatori del FRA e l’intera popolazione di Dippold a baffi giù, nella più completa costernazione e nel lutto.

Ma il Collodio 13 non fu distrutto. Il razzo spaziale accelerò per una frazione di secondo alla velocità della luce, trovandosi d’un tratto in orbita attorno ad un pianeta sconosciuto. Confusi, i quattro astronauti si misero a smanopolare gli strumenti, ma subito si accorsero che il salto stenopeico aveva prosciugato le riserve di energia del razzo.

– Per tutti i baffi! – Esclamò Francesco – Stiamo precipitando!

Ed infatti stavano precipitando verso quel mondo alieno privo di magrezza e righe visibili, senza possibilità di salvezza. Ma c’era ancora una speranza, almeno per uno di loro. V’era infatti nel razzo un banco ottico – progettato dalla dottoressa Laura Perez Capponi, una scienziata del FRA alta, magra con barba e baffi – grande abbastanza d’accogliere un individuo e probabilmente proteggerlo dallo schianto. Steven Capponi, il capitano del Collodio 13, si strappò tre peli della barba ed uno più lungo dai baffi, così che i quattro potessero estrarre a caso un pelo ciascuno e determinare chi fra loro avrebbe dovuto entrare nella scatola protettiva.

Fu Francesco a pescare il pelo più lungo e, mentre il razzo penetrava nell’atmosfera, diventando incandescente, abbracciò i suoi compagni e tristemente li abbandonò al loro esiziale destino.

Il Collodio 13 prese un’incredibile velocità ed impattò sul lago Trasimeno, disintegrandosi. Francesco si chiuse nel banco ottico appena in tempo, riuscendo a sopravvivere per un pelo.

Fu recuperato da alcuni pescatori e portato esanime all’ospedale Silvestrini, dove si risvegliò alcuni giorni dopo, scoprendo, fra stupore e paura, di essere giunto sul pianeta Terra, dove nessuno era uguale ad un altro.

Con la prontezza di spirito che lo contraddistingueva, nascose la propria origine aliena, accusando una falsa amnesia, così da spiegare l’ovvia ignoranza per i costumi locali e la confusione indotta dall’inusuale situazione. L’ignoranza e la confusione, scoprì, erano caratteristiche tipiche dei terrestri, così non diede troppo nell’occhio e fu presto dimesso.

Francesco Capponi iniziò quindi una promettente carriera di fotografo ritrattista, fingendo velleità artistiche, col vero scopo di accumulare dati scientifici, nella speranza un giorno di tornare su Dippold con le prove dell’esistenza di alieni non necessariamente alti, magri, con barba, baffi e maglia a righe.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...