Piccioni.

di Fabrizio Bellini.

Scritto per la prima serata della rinata rivista Flusso al Postmodernissimo, all’interno del percorso/rubrica: Insegnamenti di Sciamanesimo Urbano.

 

Cosa pensa un piccione quando guarda le rondini?

Pensa: non sono normali! Danzare così non è proprio una cosa normale!

Le rondini vanno e vengono e fanno cerchi e spirali su campi magnetici e, appena il sole schiarisce il cielo, svegliano tutti facendo vibrare le grondaie col loro slancio, per portare chiari messaggi che i piccioni non riescono a capire.

Però le rondini capiscono loro e pensano che in larga parte la stupidità del piccione sia colpa della televisione. In quasi ogni casa, dopo il tramonto, c’è una televisione accesa ed i piccioni si schierano silenti negli anfratti dei tetti e dei muri, ipnotizzati da quel che sbirciano dalle finestre, da quel che origliano. Maria di Filippi, Maurizio Costanzo, Barbara d’Urso, Magalli: i piccioni li seguono con grande attenzione.

Perchè il piccione è semplice: si alza presto e raccatta ogni cosa che gli sembra disponibile ad essere inghiottita. Non la prende per riusarla: la ingoia e via; poi zampetta un po’ più in là.

Abile manovratore d’ala, è vero, nelle strettoie della via, impavido atterratore in pozze di briciole, ma al contempo refrattario ai cieli aperti, al silenzio od alle migrazioni… e così preda ideale dei gatti, che ne seguono le abitudinarie traiettorie dai tetti in attesa di un eventuale errore di volo che li avvicini a distanza di salto, a distanza di artigli.

Perchè loro possono volare? Si chiedono i gatti. Sono stupidi. Ma poi riflettono – come un gatto riflette – e si rendono conto che Dio, il Gatto Assoluto, ha posto in terra i piccioni per stimolare il gatto all’ascesa, al salto impossibile, all’arrampicata, alla trappola del camino.

I gatti hanno imparato a cadere sulle zampe per tutte le volte che sono precipitati nel tentativo di acchiappare quegl’insulsi abitatori del mezzo, di quel piano residenziale fra cielo e terra, di quegli appoggi sicuri e tramandati.

I piccioni del resto si appoggiano dove possono, ma soprattutto dove è sicuro, anche sui propri stessi liquami e sullo sporco di secoli che impiastriccia loro orrendamente le zampe, anche nei buchi più neri dove persino i ragni hanno ribrezzo di cacciare. I primati hanno quindi osservato che i piccioni evitano di posarsi dove ci sono acuminati spuntoni, ed hanno cominciato ad allontanarli installando fil di ferro, chiodi e cocci, su ogni sporgenza a rischio.

Il problema, ovviamente, è evitare gli escrementi, quegli acidi pestiferi e corrosivi, inquietanti come feti alieni usciti dai bozzoli, quel giusto ritorno metabolico per tutte le schifezze che la città lascia in giro e che vengono divorate dal nuovo giorno, che poi è sempre lo stesso giorno.

Il piccione non ha il senso della storia: caca dove gli capita, quando gli scappa. Non ha senso del pudore, e non vede mai il quadro complessivo: la sua visuale è ristretta al punto nel quale ci può essere nutrimento, rispetto al solito punto sicuro dal quale partire e dal solito punto scuro dove tornare. Tutta l’attenzione è rivolta a guardarsi le spalle nel frattempo, allo svolazzare via alla prima avvisaglia di vita.

A volte la loro superficialità, il loro prendersi gioco di tutto – col culo soprattutto – compensa la loro fame infantile e ne fa dimentare lo sguardo da psicofarmaco, tanto da farli risultare simpatici, perchè fanno quello che molti in cuor loro vorrebbero avere il potere di fare: cagare sulle teste dei potenti e degli antenati, sulle lapidi alla memoria dei soldati e dei massoni, ma anche sulle tombe dei veri liberi uomini e dei ribelli, sulle opere astratte degli scultori, sui grifi e sui leoni, indistintamente, sul corpo marmoreo di ogni simbolo e di ogni uomo mal valutato, misinterpretato o sopravvalutato, al quale sia stata dedicata una statua – o almeno un busto.

Ma non confondiamoci: ai piccioni poco importa, non lo fanno per svelare le pie illusioni dell’uomo rispetto ad una fantomatica guida esterna, morta e quindi presumibilmente saggia. Per loro è solo questione di area, di superficie defecabile, di un mondo di sotto che non gode di alcuna considerazione, e che certamente li metterebbe in crisi se lo affrontassero davvero.

 

Poi ogni tanto qualcuno di loro muore e sono lì, ali aperte, interiora estroflesse, il becco a terra, l’occhio spento di un pesce bollito, ed allora ti accorgi che anche loro sono angeli. Piccoli angeli decaduti, abbattuti, crollati, appiccicati a terra invece che crocifissi al muro – ma mai veramente caduti, mai privati della paradossale dignità dell’inconsapevolezza – volatili dalla vita monotona, noiosa, che hanno lasciato un piccolo cadavere ai ratti e agl’insetti, e poi agli spazzini più volenterosi ed ai cani sporcaccioni. Una piccola macchia che il flusso urbano divora, fino a farne sporco generico.

E’ triste perchè poi, quando le rondini ripartono, i piccioni sono contenti. Sono contenti di non essere svegliati, infastiditi, intralciati, minacciati nella loro assurda, grigia vanità. Sono completamente ignari delle primavere che le rondini annunciano, del ritorno reso possibile dal viaggio, del cielo che solcano ma che mai guardano, degl’inverni in arrivo.

Guardano in giù, dal mattino alla sera, senza mai girarsi sul dorso a guardare le nuvole o le stelle.

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