Una giornata immaginaria

di Fabrizio Bellini.

secondo Paul Bithens, la teorizzazione dell’inesistenza del tempo. una giornata che non si é mai svolta in questo modo, un viaggio fra i vicoli di una città personaggio, un alveare dove valgono leggi proprie, di certo non quella di non contraddizione.

In verità é solo in città che mi avvicino ad essere quel qualcuno che mi assomiglia. E’ quel centro in cima al monte ed i raggi ed i cerchi solo teoricamente concentrici e secanti, ma senza il peso schiacciante del monte; la sua gravità non evoca l’idea di massa, il corpo non risente di tutta quella roccia sotto, dando l’impressione, avvalorata da certi sogni, che per lo più sia vuoto. Il monte, intendo.

Il corpo non reagisce alla massa, non mi sento pesante, non più che in pianura o in mare, almeno, non come in cima ad altri monti, altre isole che evocano con le loro forme un peso sotto i piedi, che tira giù. Quei monti appaiono inamovibili, ma si sa che per cambiarne la struttura serve una violenza precisa e rumorosa, quale l’uomo produce, o una violenza più silente, distratta, che per lo più si può solo intuire, ascoltando il vento magari, passare fra i rami e per le valli.

No, la mia città ha masse ben diverse, fatte di luce, fatte di palazzi antichi, fragili, che restano in piedi perché le rocce che li compongono invece sono dure, si lasciano sgretolare, ma non protestano (oh, il giorno che si ribelleranno!). E le masse tirano il mento, a volte, come fosse legato ad un filo, a volte sono masse di vuoto scuro, i buchi dove i piccioni si annidano, pietre inesistenti che sembrano essere state tolte, ma non sono mai state messe, chissà perché. A volte sono sculture che aspettano un senso. Più raramente si apre lo sguardo ad un cortile segreto, rappresentante della sua specie incautamente mostrato ai fedeli pellegrini, con coraggio esitante mi tuffo in questi spazi privati, quasi aspettandomi un guardiano di qualche genere da fronteggiare. Mai nessuno, solo un portone lasciato aperto. Solo qualche sguardo, il portone si potrebbe chiudere alle mie spalle, escludendomi dalle solite strade, perdendomi nel sogno della città o proprio del cortile. Quasi ogni palazzo ha spazi segreti, ostinatamente chiusi, che non aspettano nemmeno più un senso, infastiditi persino dal cielo, almeno i più riservati.

Ma non voglio generalizzare, ci sono masse di luce senza gravità che invece aspettano me, o che aspettano qualcun altro e si volgono a guardarmi come amanti in attesa ad ogni passo. Essi ambiscono a diventare strade, o piazze. Ma ogni giorno architetti e generazioni sempre vecchie di abitanti residenti vanno e vengono, con i soliti passi noiosi. Mi é capitato di sentire gli spazi pensare che é come se quegli animali stessero fermi, tanto i loro passi sono miseri.

Ma il freddo mattino, oh freddo mattino collegato alla notte solo dalla mia veglia, dal mio dubbio continuo sull’andare a letto invece di uscire… questo mattino supera ogni dubbio, quale che sia il colore del cielo.

E sebbene io possa sentire il vento soffiare, non c’é violenza sulla città.

Posso sentire martellare, cambiare le strade, buttare giù i muri e tirarne su degli altri, sostituire la pavimentazione prima che sia realmente consumata… sono un conservatore rassegnato quando cammino per la mia città, ogni precisa violenza é un inevitabile raggiro. Il tempo sa fare degli uomini i suoi strumenti di ciclicità, anche dove il tempo non può arrivare.

Il tempo non c’é infatti.

Ti porto a guardare le vele tagliare la nebbia, ma oggi non c’é nebbia, é troppo freddo, l’aria é cristallo. Dalla terrazza il mare circonda quest’isola svettante, il cielo né preserva la sanità, terribile sarebbe infatti guardare finire il mare all’orizzonte.

Ci sono colori assurdi, ai miei occhi, ed il tempo é un agglomerato (su una tartaruga un re costruì un grattacielo, dei barbari sanguinari vi abitano ed un esercito di alberi con loden e barbe curate cercano di entrare dalle finestre dei primi piani, tirando pezzi di lamiera attraverso i vetri, su alcune terrazze coppie di giovani fanno l’amore, su altre gruppi di persone seguono il ritmo dei tamburi in orge parossistiche, ad un certo punto formiche giganti spuntano da grossi tubi e si arrampicano in colonne spiraleggianti, dai grossi tubi volano macchine rombanti, i piloti stretti fra sacchi di rifiuti nelle cabine, le formiche mostrano intelligenza nonostante non siano particolarmente espressive, e salgono verso i monumenti in cima al grattacielo, pietre squadrate e poi smussate, piene di ombre, la luce é acqua e cade in scroscianti cascate che si perdono a formare le strade dello zoo, a riempire le piste del luna park, ad affogare bambini, a riempire gli otri di carne che un tempo erano pensatori, le loro facce fanno paura, ma sono anche buffe, un grande elefante con una piccola corona calpesta le vecchiette che cercano di rifugiarsi all’ombra di ciminiere di mattoni, ma poi scoprono che le ciminiere sono solo spettri di ciminiere e l’elefante non si fa ingannare, nasconde acume dietro lo sguardo bonario, le chiese sono vuote e si riempiono lentamente di timidi e curiosi, solo raramente vomitano la loro indigestione e, fra i pezzi ed i liquidi gastrici benedetti, non si trova nessuno di quelli che erano entrati, come fossero altre persone, vampiri, signori eleganti, lavoratori, tunnel oscuri trafficati di gente che parla a voce troppo alta, esseri semiumani senza lingua, a volte senza bocca, spadaccini, stranieri fin troppo stranieri, altri stranieri simili agli umani, ma provenienti da altri pianeti, disperati, ed ampie zone di vuoto, teatri vuoti, arene sabbiose, strade e vicoli, dove solo il vento arriva e crea mulinelli di plastica e cartacce indistinguibili, così belli da guardare) un agglomerato, perciò il tempo non può entrare senza frantumarsi, e non può scorrere.

Sì, daccordo, dovremo pure andare via, intanto parliamo e ci spostiamo, entriamo in un bar, scherziamo, tensioni microscopiche, momenti di pace, comprensioni, domande inespresse. Il vocio del bar e la musica quasi indistinta mi rendono brillante.

Oh, sono piccolo, piccolo, la mattina sta per finire, e la luce può trasformarsi in materia. Ti seguo senza seguirti, muovendo le mani, togliendole e rimettendole in tasca, esagerando con gli occhi ed i muscoli facciali un interesse che vorrei tu carezzassi.

Questa giornata non si é ancora svolta, e si é svolta molte volte, a volte l’ho vissuta una volta sola; perdono, ho cielo, ti ho riservato forse poca attenzione. Ma l’eternità é la strada dorata ed oggi, stamattina, ho un cielo tutto mio, colori tutti miei, amanti che mi sorridono e la tristezza come un giocattolo, un pupazzo di pezza senza grosse possibilità di manipolazione, arti poco snodati ma una faccia buffa.

Ogni tanto stringo le palpebre, chiudo gli occhi alla luce, ponendo un embargo di qualche secondo al mio mondo interiore, così invaso dalle marche del mondo da essere un sogno di las vegas ubriaco, un centro commerciale da taccheggiare lussuriosamente o da percorrere con quattro soldi in tasca.

E spero quasi tu mi veda, indaghi a fondo in me, sfondi i miei occhi con due dita sensibili, ma non lo faccio per questo, passare la mano sul volto piegato.

Sai che non sono io? Questo corpo é una specie di cancro in pensione, gli zigomi sono pressapoco quelli di qualcun altro, troppe volte ho camminato veloce guardando la strada con le spalle strette, troppe volte la brutta sensazione mi ha preso sul palmo grinzoso schernendomi o costringendomi a schernirmi.

Per poi scoprire che se vivi così tanto della tua vita in una città assediata dal tempo frustrato, qualunque aspetto di te diventa una contraddizione senza soluzione di continuità.

Via della gabbia, divento per un attimo un personaggio, tinte pastello, la città é appesa, si vede che é stata presa di mira da bambini (magari adulti regrediti, magari feti invecchiati o spettri) e schernita, ma ora assapora un amaro lungo attimo di pace, con le gambe a penzoloni, mi fa pietà? Non ricordo se mi sono fermato a parlargli, e non ho ancora deciso se lo farò, gli sto parlando, ma mi guarda in modo strano, c’é pietà nel suo sguardo?

Via dei priori, i due draghi.

La strada mi sta portando via, verso il porto, non so più nemmeno se sei con me o ti ho già salutata, non so più nemmeno se quello che vedo é solo un altro reparto del centro commerciale o é massa e luce. Se c’é differenza.

Spingo con forza disperata le dita che cercano di stringermi, é solo stanchezza per la notte insonne, mi dico, é la tristezza che perde gli arti e dagli arti batuffoli di lana color panna, continuo a stringerla.

Canto. Forse é il canto di qualcun altro, forse é il tuo canto. Forse, spero, ogni canto é anche per me.

11/2/2003 (finito alle 3.37)

una giornata immaginaria.

In verità é solo in città che mi avvicino ad essere quel qualcuno che mi assomiglia. E’ quel centro in cima al monte ed i raggi ed i cerchi solo teoricamente concentrici e secanti, ma senza il peso schiacciante del monte; la sua gravità non evoca l’idea di massa, il corpo non risente di tutta quella roccia sotto, dando l’impressione, avvalorata da certi sogni, che per lo più sia vuoto. Il monte, intendo.

Il corpo non reagisce alla massa, non mi sento pesante, non più che in pianura o in mare, almeno, non come in cima ad altri monti, altre isole che evocano con le loro forme un peso sotto i piedi, che tira giù. Quei monti appaiono inamovibili, ma si sa che per cambiarne la struttura serve una violenza precisa e rumorosa, quale l’uomo produce, o una violenza più silente, distratta, che per lo più si può solo intuire, ascoltando il vento magari, passare fra i rami e per le valli.

No, la mia città ha masse ben diverse, fatte di luce, fatte di palazzi antichi, fragili, che restano in piedi perché le rocce che li compongono invece sono dure, si lasciano sgretolare, ma non protestano (oh, il giorno che si ribelleranno!). E le masse tirano il mento, a volte, come fosse legato ad un filo, a volte sono masse di vuoto scuro, i buchi dove i piccioni si annidano, pietre inesistenti che sembrano essere state tolte, ma non sono mai state messe, chissà perché. A volte sono sculture che aspettano un senso. Più raramente si apre lo sguardo ad un cortile segreto, rappresentante della sua specie incautamente mostrato ai fedeli pellegrini, con coraggio esitante mi tuffo in questi spazi privati, quasi aspettandomi un guardiano di qualche genere da fronteggiare. Mai nessuno, solo un portone lasciato aperto. Solo qualche sguardo, il portone si potrebbe chiudere alle mie spalle, escludendomi dalle solite strade, perdendomi nel sogno della città o proprio del cortile. Quasi ogni palazzo ha spazi segreti, ostinatamente chiusi, che non aspettano nemmeno più un senso, infastiditi persino dal cielo, almeno i più riservati.

Ma non voglio generalizzare, ci sono masse di luce senza gravità che invece aspettano me, o che aspettano qualcun altro e si volgono a guardarmi come amanti in attesa ad ogni passo. Essi ambiscono a diventare strade, o piazze. Ma ogni giorno architetti e generazioni sempre vecchie di abitanti residenti vanno e vengono, con i soliti passi noiosi. Mi é capitato di sentire gli spazi pensare che é come se quegli animali stessero fermi, tanto i loro passi sono miseri.

Ma il freddo mattino, oh freddo mattino collegato alla notte solo dalla mia veglia, dal mio dubbio continuo sull’andare a letto invece di uscire… questo mattino supera ogni dubbio, quale che sia il colore del cielo.

E sebbene io possa sentire il vento soffiare, non c’é violenza sulla città.

Posso sentire martellare, cambiare le strade, buttare giù i muri e tirarne su degli altri, sostituire la pavimentazione prima che sia realmente consumata… sono un conservatore rassegnato quando cammino per la mia città, ogni precisa violenza é un inevitabile raggiro. Il tempo sa fare degli uomini i suoi strumenti di ciclicità, anche dove il tempo non può arrivare.

Il tempo non c’é infatti.

Ti porto a guardare le vele tagliare la nebbia, ma oggi non c’é nebbia, é troppo freddo, l’aria é cristallo. Dalla terrazza il mare circonda quest’isola svettante, il cielo né preserva la sanità, terribile sarebbe infatti guardare finire il mare all’orizzonte.

Ci sono colori assurdi, ai miei occhi, ed il tempo é un agglomerato (su una tartaruga un re costruì un grattacielo, dei barbari sanguinari vi abitano ed un esercito di alberi con loden e barbe curate cercano di entrare dalle finestre dei primi piani, tirando pezzi di lamiera attraverso i vetri, su alcune terrazze coppie di giovani fanno l’amore, su altre gruppi di persone seguono il ritmo dei tamburi in orge parossistiche, ad un certo punto formiche giganti spuntano da grossi tubi e si arrampicano in colonne spiraleggianti, dai grossi tubi volano macchine rombanti, i piloti stretti fra sacchi di rifiuti nelle cabine, le formiche mostrano intelligenza nonostante non siano particolarmente espressive, e salgono verso i monumenti in cima al grattacielo, pietre squadrate e poi smussate, piene di ombre, la luce é acqua e cade in scroscianti cascate che si perdono a formare le strade dello zoo, a riempire le piste del luna park, ad affogare bambini, a riempire gli otri di carne che un tempo erano pensatori, le loro facce fanno paura, ma sono anche buffe, un grande elefante con una piccola corona calpesta le vecchiette che cercano di rifugiarsi all’ombra di ciminiere di mattoni, ma poi scoprono che le ciminiere sono solo spettri di ciminiere e l’elefante non si fa ingannare, nasconde acume dietro lo sguardo bonario, le chiese sono vuote e si riempiono lentamente di timidi e curiosi, solo raramente vomitano la loro indigestione e, fra i pezzi ed i liquidi gastrici benedetti, non si trova nessuno di quelli che erano entrati, come fossero altre persone, vampiri, signori eleganti, lavoratori, tunnel oscuri trafficati di gente che parla a voce troppo alta, esseri semiumani senza lingua, a volte senza bocca, spadaccini, stranieri fin troppo stranieri, altri stranieri simili agli umani, ma provenienti da altri pianeti, disperati, ed ampie zone di vuoto, teatri vuoti, arene sabbiose, strade e vicoli, dove solo il vento arriva e crea mulinelli di plastica e cartacce indistinguibili, così belli da guardare) un agglomerato, perciò il tempo non può entrare senza frantumarsi, e non può scorrere.

Sì, daccordo, dovremo pure andare via, intanto parliamo e ci spostiamo, entriamo in un bar, scherziamo, tensioni microscopiche, momenti di pace, comprensioni, domande inespresse. Il vocio del bar e la musica quasi indistinta mi rendono brillante.

Oh, sono piccolo, piccolo, la mattina sta per finire, e la luce può trasformarsi in materia. Ti seguo senza seguirti, muovendo le mani, togliendole e rimettendole in tasca, esagerando con gli occhi ed i muscoli facciali un interesse che vorrei tu carezzassi.

Questa giornata non si é ancora svolta, e si é svolta molte volte, a volte l’ho vissuta una volta sola; perdono, oh cielo, ti ho riservato forse poca attenzione. Ma l’eternità é la strada dorata ed oggi, stamattina, ho un cielo tutto mio, colori tutti miei, amanti che mi sorridono e la tristezza come un giocattolo, un pupazzo di pezza senza grosse possibilità di manipolazione, arti poco snodati ma una faccia buffa.

Ogni tanto stringo le palpebre, chiudo gli occhi alla luce, ponendo un embargo di qualche secondo al mio mondo interiore, così invaso dalle marche del mondo da essere un sogno di las vegas ubriaco, un centro commerciale da taccheggiare lussuriosamente o da percorrere con quattro soldi in tasca.

E spero quasi tu mi veda, indaghi a fondo in me, sfondi i miei occhi con due dita sensibili, ma non lo faccio per questo, passare la mano sul volto piegato.

Sai che non sono io? Questo corpo é una specie di cancro in pensione, gli zigomi sono pressapoco quelli di qualcun altro, troppe volte ho camminato veloce guardando la strada con le spalle strette, troppe volte la brutta sensazione mi ha preso sul palmo grinzoso schernendomi o costringendomi a schernirmi.

Per poi scoprire che se vivi così tanto della tua vita in una città assediata dal tempo frustrato, qualunque aspetto di te diventa una contraddizione senza soluzione di continuità.

Via della gabbia, divento per un attimo un personaggio, tinte pastello, la città é appesa, si vede che é stata presa di mira da bambini (magari adulti regrediti, magari feti invecchiati o spettri) e schernita, ma ora assapora un amaro lungo attimo di pace, con le gambe a penzoloni, mi fa pietà? Non ricordo se mi sono fermato a parlargli, e non ho ancora deciso se lo farò, gli sto parlando, ma mi guarda in modo strano, c’é pietà nel suo sguardo?

Via dei priori, i due draghi.

La strada mi sta portando via, verso il porto, non so più nemmeno se sei con me o ti ho già salutata, non so più nemmeno se quello che vedo é solo un altro reparto del centro commerciale o é massa e luce. Se c’é differenza.

Spingo con forza disperata le dita che cercano di stringermi, é solo stanchezza per la notte insonne, mi dico, é la tristezza che perde gli arti e dagli arti batuffoli di lana color panna, continuo a stringerla.

Canto. Forse é il canto di qualcun altro, forse é il tuo canto. Forse, spero, ogni canto é anche per me.

11/2/2003 (finito alle 3.37)

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