Sul fallimento e la forza gravitazionale della nebbia.

Un caro amico mi ha fatto notare che è normale il fatto che non ci siano iscritti al workshop di ROBOTOLOGICA che ho cercato di lanciare: “Sono due anni che fai fare robottini alla gente” ha detto, aggiungendo che se propongo sempre la stessa cosa non posso aspettarmi riscontri.

Per molti versi ha ragione e mi ha fatto riflettere, non senza provocarmi un po’ di pesantezza, sul fatto che sono un illuso, un don Chisciotte.

Nella mia testa, quella che io chiamo ROBOTOLOGICA ha una grande valenza, anzi, molteplici valenze: la tecnica dell’assemblaggio è inusitata (ci sarà sì e no un assemblatore ogni mille pittori) ed è quindi un’arte che offre ampi territori di libera esplorazione, ovvero di creatività non condizionata dalla cultura storico-artistica; gli elementi tecnici (ad esempio lo studio della plasticità dinamica, il lavoro sulle forme e sui materiali, il rapporto fra le parti della rappresentazione figurativa) sono utili all’artista nell’approccio delle altre arti quali pittura, scultura, teatro; la tematica del riciclo è attualissima ed affrontata con consapevolezza critica non priva di una certa ironia e leggerezza; la poetica del robottino per come la intendo richiama la dimensione umana sotto vari aspetti ed ha quindi una marcata universalità (potrei parlarne per ore e citare mille esempi); l’approccio è anti-accademico perchè il linguaggio è semplice e la stimolazione rivolta allo spirito creativo di chiunque; lo spirito è ludico nel senso più alto, ovvero d’immersione totale (ritmo alfa); l’evocazione è popolare eppure tocca l’inconscio del singolo innescando processi di riconoscimento della dimensione infantile ed animica; il distacco dagli schemi convenzionali di riconoscimento della funzionalità utilitaristica degli oggetti stimola una visione più oggettiva e distaccata del mondo partecipando attivamente ad eventuali pratiche di attenzione al presente e di consapevolezza, oltre che ad una riappropriazione per molti versi politica della materia comune e del luogo del sogno; l’analisi dei robottini assemblati può fare da specchio all’individuo, aiutandolo a riconoscere aspetti taciuti di se’, elementi – questi ultimi – che fanno della pratica ROBOTOLOGICA uno strumento autoterapeutico, sia nello sciogliere le tensioni presenti che nel prevenire gli effetti somatici di comuni negazioni interiori; infine gli oggetti creati sono belli ma fanno anche compagnia all’individuo solitario nel suo spazio abitativo perchè pregni di richiami archetipici al concetto di vita.

Nella mia visione, insomma, ho creduto che tecnica e poetica della ROBOTOLOGICA potessero essere apprezzate a livello conscio dalle persone, se non per tutti, almeno per qualcuno di questi aspetti. Il mio amico mi ha fatto capire però che la mia visione è aliena alla realtà comune: al 99,9% delle persone piace fare un robottino se passano al laboratorio, ma nulla più. Non costa niente a parte qualche spicciolo ad offerta e fa passare qualche minuto in piacevolezza, ma non appassiona, non suscita riflessione e tutti quegli aspetti interiori e politici dei quali ho accennato restano sepolti.

Il laboratorio aperto quindi funziona, funziona sempre, perchè è una novità per chi vi passi davanti, ma a quasi nessuno viene il desiderio di tornarci, di vedere cosa può succedere (dentro) la seconda o la terza volta. E’ un’esperienza che viene fatta poi messa da parte, tanto per dire che una volta è capitato di fare un robottino.

Il laboratorio guidato invece, non funziona affatto: si ha di meglio da fare che passare giorni interi a migliorare la propria tecnica, a ricercare un’espressività evoluta, a cercare di far coincidere forma e contenuto, ad esporsi alla contaminazione in uno spazio indefinito ed informale. Del resto, che ci fai con un robottino? Con un quadro almeno, puoi far finta di essere un artista, mostrandolo agli amici con orgoglio, ma con un robottino si possono al massimo ottenere sorrisi di sufficienza. I robottini non sono belli, sono carini. Non sono opere ma non sono nemmeno giocattoli, sono solo il risultato di un passatempo di un’oretta.

E chi è mai dunque un robotologo come me se non un eccentrico infantile che si diverte ad attaccare rifiuti perchè non sa fare di meglio. Impossibile spiegare che fra tante forme d’arte nelle quali potrei eccellere, io ho scelto questa, per realizzarmi e bilanciare gli aspetti isolazionisti della mia intima attività di scrittore.

Una volta sono riuscito a trovare qualche persona per intraprendere un lavoro prolungato e vagamente strutturato ed è stata per me un’esperienza incredibile e bellissima e per questo ho cercato di riproporla, di farla crescere, di trasmettere la mia visione ed instaurare ancora un lavoro di gruppo, ma oggi ho capito che certe esperienze capitano di rado, forse solo una volta, e che devo tornare al mio tavolo da lavoro come si torna in una casa vuota la sera, per vivere la visione da solo, come da solo vivo la scrittura, ed accontentarmi di far divertire la gente durante i laboratori aperti senza guadagnarci niente, accontentarmi di strappare un sorriso quando vorrei innescare rivoluzioni, cantare ninnananne per conciliare il sonno a chi invece vorrei svegliare.

Allora ha ragione il mio amico, dovrei pensare ai progetti che mi permetterebbero di tirare su qualche soldo, dare alla gente quel che vuole, ovvero simpatiche novità per trastullarsi, e smetterla di combattere i mulini a vento. Temo proprio di non riuscirci: sono nato lo stesso giorno di Cervantes e di Lennon e non posso non riconoscere la profonda affinità col loro spirito sognatore, cosa questa che non è un vanto; su questo pianeta è forse più una maledizione.

Potrà sembrare che a parlare è l’amarezza ma amarezza non è, solo disinganno. Sarebbe amarezza se questi fallimenti mi spingessero all’esilio, invece abbraccio il mio mondo, senza pretesa di ricevervi ospiti e senza rimpianti, consapevole di quanto sia ricco e meraviglioso, di quanto ancora ci sia da esplorare e da scoprire, interi continenti di sogno e creatività, un mondo di nebbia la cui gravità vince su quella rocciosa del mondo-di-tutti, dimostrandomi quello che ho sempre sostenuto e che pochissimi sembrano condividere, ovvero che cosa sia la realtà non lo decide la collettività, lo decido io. Strana forma di disinganno, lo so.

Fabrizio

7/11/2014

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